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Nuovo studio interdisciplinare (Relatività quantistica, Evoluzione naturale, Medicina omeopatica)

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Tesi di Diploma presso la

Scuola superiore internazionale
di medicina veterinaria omeopatica
"Dr. Rita Zanchi"
Cortona (AR)


Titolo originale:
Implicazioni delle leggi quantistiche e dell’evoluzione naturale sulla legge di similitudine omeopatica, alla luce di una visione “integrata” di medicina
Triennio 2005-2008








1905
Albert Einstein
Legge di relatività ristretta 


E = m 2


1824

C.F.S. Hahnemann
 “Organon dell’arte del guarire”
Paragrafo 15


« Il male della forza vitale […] e l’insieme dei sintomi […]
 formano un tutto unico: sono la stessa cosa.
L’organismo è lo strumento materiale per la vita, che non si può pensare senza
la vivificazione da parte del principio vitale sensibile e dominante,
come non si può pensare la forza vitale senza organismo.
Di conseguenza tutti e due costituiscono un’unità,
sebbene noi per facilitarne la comprensione li scindiamo in due concetti »



INDICE GENERALE


Prefazione………….………………………………………………………………
1_ Premesse: l’universo fisicamente esplorabile
            1.1 Materia ed energia nell’Universo fisicamente esplorabile
            1.2 Spazio-tempo nell’Universo esplorabile
            1.3 L’evoluzione naturale
            1.4 L’extraterrestre al telescopio

2_ L’altra medicina
            2.1 Questione di metodo
            2.2 Il “come” dei meccanismi, il “perché” delle motivazioni
            2.3 Psiche e corpo

3_ Nuovi sguardi sull’Omeopatia
            3.1 Il principio di similitudine omeopatico: introduzione
                  Le dosi tossiche
                  I sintomi 
                  La malattia e l’organismo sano 
                  Le dosi attenuate  
            3.2 Il principio di similitudine omeopatico: un indizio biologico
                   Il metabolismo. Meccanica motivata
                   «Dai diamanti non nasce niente…» 
                   Il metabolismo dell’organismo “immagine” di quello cellulare
                   L’energia della digestione. L’energia in omeopatia. Il “simile” in tutto ciò
            3.3 Il principio di similitudine omeopatico: un’interpretazione quantistica

4_Conclusioni. Nuove sintesi e la Medicina integrata

GLOSSARIO………………………………………………………………………

BIBLIOGRAFIA…………………………………………………………………...





Prefazione
“Alternativa” o “non convenzionale” sono termini comunemente attribuiti dalla medicina classica all’Omeopatia ed ad altre medicine non ufficialmente scientifiche. 
Oggi una parte del mondo medico scientifico però cerca di comprendere i meccanismi di guarigione non spiegabili alla luce del metodo scientifico di indagine classico (quello cartesiano) attraverso i concetti di queste terapie “alternative” (sempre più comprensibili alla luce delle interpretazioni che la fisica quantistica dà della realtà).
Questa parte della medicina scientifica cerca quindi di rendere “complementare” alla medicina classica tutta una serie di dottrine centenarie (come l’omeopatia) o millenarie (come l’agopuntura). Questa parte della medicina scientifica cerca di integrare al suo obiettivo, quello della “salute d’organo”, quello superiore di “benessere dell’organismo”. 
Ecco allora la nascita alla fine del secolo scorso del concetto di Medicina Integrata.


Questa rivoluzione avviene in parallelo a quella culturale introdotta dall’opera che porta la firma Russell-Whitehead, i PRINCIPIA MATEMATICA. Quest’opera ha apportato un modello logico-matematico che ha permesso l’evoluzione di un nuovo modo di interpretare tutto il mondo reale, superando il metodo classico di indagine sia scientifico che filosofico [3].
Tale metodo è descritto nei PRINCIPIA CYBERNETICA.


Ogni medicina “alternativa” quindi dovrebbe essere definita non alternativa ma “complementare” a quella classica, e solo temporaneamente. Fino a quando cioè i meccanismi d’azione che le sono propri, e che sono da sempre osservati come empiricamente reali, saranno compresi dai nuovi modelli di indagine.
Ma perché permettersi di usarle prima che arrivi tale legittimazione?
Questa domanda trova risposta grazie ad un’altra triste definizione di queste medicine. Sono infatti chiamate anche “terapie dolci”, in quanto prive di effetti collaterali.
Triste per un duplice aspetto. Primo perché chi non le sa usare somministra inevitabilmente “acqua fresca”. Secondo perché in tal caso sono davvero “acqua fresca” finché non si esagera con i tempi di somministrazione. Dopodichè effetti collaterali compaiono eccome, e sono ben conosciuti ed evitati da chi ben ha studiato queste medicine.


Quindi, ci si permette di studiare tali discipline secondo i canoni che sono loro tradizionali per avere un’arma in più nel riacquisire uno stato di “benessere” ogniqualvolta siamo perturbati da un “malessere”. Ma, soprattutto, per sfruttare quest’arma prima di ogni altra, prima cioè di quelle che effetti collaterali ne hanno inevitabilmente sempre.
Dovremmo quindi rivalutare anche ciò che è “prioritario” per salvaguardare il benessere di un paziente, e imparare a distinguere tra medicina e terapia.
Di “medicina” deve essercene una sola, ed essere integrata, avere cioè come scopo la comprensione dei meccanismi che regolano l’equilibrio vitale dell’organismo vivente. 
Di “terapie” invece ce ne devono essere tante quante ce ne sono di effettivamente efficaci, ed essere tutte complementari, sinergiche allo scopo di riottenere quell’equilibrio una volta perduto.
Ciò non significa usarle tutte contemporaneamente, ma conoscerle quanto più e meglio si può per avere gli strumenti di reputarle prioritarie e adeguate, in base al caso.






   4. 1. Premesse: l'Universo fisicamente esplorabile


1.1 Materia ed energia nell'Universo esplorabile




Fig_1.1a [6]. Parametri fisici (temperatura e densità) nella formazione dell’Universo







Senza dilungarci in aspetti troppo tecnici, sia della fisica che della filosofia, partiamo dalle seguenti ipotesi. Secondo l’attuale teoria del Big bang, accreditata da diversi decenni grazie a riscontri astrofisici, tutto l’Universo esplorabile dalla Terra era in origine compresso in un punto infinitesimale.

Solo un fenomeno fisico paragonabile ad una esplosione può spiegare il comportamento osservabile delle galassie nell’Universo, ossia: progressivo allontanamento reciproco in tutte le direzioni; rallentamento della loro velocità.
Tralasciamo le ipotesi circa il futuro dell’Universo, se cioè è destinato ad espandersi, stazionarsi o contrarsi: analizziamo l’accaduto osservabile.

La scienza contemporanea ha strumenti per descrivere con una certa approssimazione lo stato dell'ambiente energetico-materiale da un centesimo di secondo in poi dall’esplosione dell'Universo osservabile [2]. Attraverso l'esplosione quell'entità univoca "materia-energia" ha acquisito una forma spaziale e una direzione temporale precise: l'energia concentrata in un punto infinitesimamente piccolo si è espansa e condensata in materia via via più organizzata. Dall'energia, probabilmente puramente gravitazionale del primo istante, hanno origine onde corpuscolate elettromagnetiche, di natura quindi materiale ed energetica contemporaneamente. Dalle unità elettromagnetiche, i fotoni, in qualche istante si sono strutturati elettroni ed adroni. Dall'interazione di questi si è giunti agli atomi. Dall'interazione di questi si sono formate molecole. Da queste i complessi inorganici, da questi quelli organici, da quelli organici gli organismi viventi.

Fig_1.1b [6]. Particolare della Fig_ 1.1a
La cosa a noi evidente in tali fenomeni è un'energia che si materializza prendendo una forma e percorrendo un tempo.

Sul nostro pianeta osserviamo lo stesso processo: da un pianeta infuocato trae origine la vita e tutto ciò che ci circonda, ed è semplicemente l'ultimo istante di un semplice punto di osservazione, cioè lo spazio-tempo della piccolissima porzione di Universo che stiamo occupando. In altre zone dell'Universo con dimensioni spazio-temporali diverse (magari più distanti di noi dal punto di esplosione; magari con tempi di evoluzione più veloci; magari entrambe) si può osservare come direzione e forma di questo fenomeno già si invertono: la materia collassa su se stessa e ritorna energia pura, probabilmente solo  gravitazionale (buchi neri).






1.2 Spazio-tempo nell’Universo esplorabile





Dell'attimo prima del Big bang possiamo solo postulare. Nulla è concepibile per noi al di fuori di uno spazio-tempo. Solo dopo l'esplosione si ha un'estensione spazio-temporale dell’uno materia-energia. Estensione tipica di tutto ciò che da essa deriva, schemi mentali umani compresi.
Forse l'entità materia-energia era in origine in equilibrio con se stessa, senza spazio e senza tempo, quindi un equilibrio senza una dimensione spazio-temporale, squilibrato il quale è avvenuta l'esplosione. Oppure l'equilibrio non è raggiungibile ed esiste solo un continuo riequilibrarsi, per cui lo spazio-tempo ha un limite oltrepassato il quale si ricomincia dallo spazio-tempo, dando origine ad un continuum tra esplosione e implosione dove esiste solo il riequilibrio.
Sono ipotesi metafisiche campo della filosofia che vuole dar credito ad un creazionismo finalistico o ad un materialistico eterno ritorno della realtà. Ma in questa sede sorvoliamo: qui si vuole avere consapevolezza delle evidenze delle "dimensioni" fisiche, non delle congetture delle non-dimensioni metafisiche.

Ripartiamo quindi dai dati di fatto. Dell’istante 0 non potremo mai aver esperienza: in esso non ci sono né tempo né spazio. Infatti fisicamente materia ed energia coincidono, ma solo in funzione di una costante: il quadrato di una velocità, quella della luce nel vuoto. Una velocità presuppone una dimensione, cioè l’estensione di uno spazio e  di un tempo. 
Analizziamo le analogie ricavabili dalla legge quantistica di Einstein nella tabella sottostante.
La dimensione spazio-tempo non risulta contenitore della materia o dell’energia: lo spazio-tempo è un attributo assunto dall’originario “uno” materia-energia qualora si è “esteso”.
Quindi l’Universo possiede uno spazio-tempo assoluto (ed è la sua stessa obiettiva estensione), mentre sono relative le misure dello spazio-tempo, in quanto compiute all’interno di detta estensione, come ad esempio quelle dell’uomo sul o dal pianeta Terra.

Dobbiamo perciò avere sempre presente questi passaggi:
  1. Dal primo relativo istante dopo l’esplosione (cioè l’inizio obiettivo di un’estensione dell’unità materia-energia) la materia-energia ha assunto le caratteristiche di un’energia che si stabilizza via via in materia (sotto forma di legami).
  2. Durante questa stabilizzazione energia e materia assumono determinate forme che interagiscono tra loro assumendo degli equilibri.
  3. Ad ogni stabilizzazione dell’energia in materia, inserita in un determinato punto dell’estensione spazio-temporale, corrisponde una dimensione, dove le misure di tale estensione sono tante quante sono i punti di riferimento di possibili misuratori.

Definizioni:

E = energia
m = materia
s = spazio
t = tempo


a = accelerazione
f = forza
c = velocità della luce nel vuoto


E =  f s
E = m (a * s)
E = m (s/t2 * s)
E = m (s2/t2)
E = m c2


Discussioni:

E= m(s/t)2


Se spazio e tempo coincidono in “estensione” (*):





E = m (1)2
E = m

Materia ed Energia coincidono

Spazio e tempo in senso assoluto coincidevano non all’istante 0 (che non esiste), ma quando l’unità materia-energia esisteva inestesa, per cui spazio e tempo coincidevano. Non possiamo rappresentarci ciò proprio perché la nostra immaginazione è dentro un’estensione spazio-temporale di tale unità.


E= m(s/t)2


Se lo spazio o il tempo è nullo, cioè inesistenti:

E = 0 oppure M = 0

Materia ed energia sono inesistenti. Vi è il nulla.

Con t=0 si dice che l’espressione non ha significato, ma è pura convenzione. Basta invertire i fattori in equazione e acquista significato.
(t/s)2 E = m


(*) Coincidere in “estensione”_ In Fisica significa avere la stessa misura di una quantità, e presuppone una misura relativa ad un punto di riferimento. In Matematica significa avere la stessa quantità oggettiva, che per noi altro non può essere che astratta (il numero). A noi interessa non la misura relativa, ma il “quantum” assoluto di materia ed energia  nella realtà che esiste in sé al di là di chi misura. Non possiamo misurare tale entità, ma esprimerlo in astratto sì, ed è il numero matematico (vedi testo).
































_

Materia ed energia possono coincidere solo dove spazio e tempo hanno identità nella loro estensione assoluta (vedi lo schema sopra). In quel caso tutto è uguale a se stesso: non vi è più energia, materia, spazio-tempo, ma “l’unità”(*) di essi senza estensione, uguale a se stessa. Unità che possiamo solo intuire con la raffigurazione numerica dell’assoluto (cioè con la matematica).

Possiamo infatti rappresentarci matematicamente l’uno materia-energia per astrazione dalla realtà. Ma non possiamo rappresentarci fisicamente ciò che è privo di estensione: primo perché ne è privo (e questa è filosofia), secondo perché la nostra conoscenza è strutturata all’interno di tale estensione (e questo è un dato di fatto).
Ogni rappresentazione della realtà per un osservatore inevitabilmente avviene attraverso una dimensione, ossia un punto particolare all’interno dell’estensione materia-energia.
Ora ragioneremo su questi concetti fondamentali per proseguire poi nelle considerazioni in medicina non convenzionale.

Dovremmo trovarci d’accordo sul fatto che un numero non rappresenta propriamente una quantità, ma un’estensione assoluta di una qualsiasi quantità-qualità relativa della realtà.
Ecco un primo ragionamento. Consideriamo ad esempio “il nucleo di un atomo”. È “un nucleo atomico” relativo a chi lo osserva qualitativamente (cioè si raffigura la qualità di particella al centro dell’atomo) e quantitativamente (cioè ne raffigura almeno uno). Chi osserva non può avere rappresentazione reale di qualcosa senza quantità-qualità di quel qualcosa: qualità-quantità sono indissociabili. Non ci possiamo rappresentare una quantità senza qualità (anche dicendo “uno” ci raffiguriamo qualcosa per rappresentarlo) o una qualità senza quantità (dicendo ad esempio “nucleo atomico” se ne considera sempre almeno “uno”). Ogni “realtà” quindi è una rappresentazione quali-quantitativa relativa ad un osservatore.
Prima che fosse osservato, il nucleo atomico esisteva in senso assoluto per un dato di fatto: perché se non esisteva non poteva essere osservato (in questo caso è pure parte costituente di chi osserva). Esisteva ma non era reale per l’osservatore. E al di là di chi lo osserva, esiste nella forma di equilibrio materia-energia tipica di quella precisa dimensione.

Per esser più chiari, un nucleo atomico è “un nucleo atomico” per un osservatore. Mezzo nucleo è mezzo nucleo in base a quella stessa definizione quali-quantitativa. Si può, ipoteticamente, proseguire oltre fino a un milionesimo, un miliardesimo di atomo e restare in quella definizione quali-quantitativa. Ma non fino all’infinito, e il motivo è banale: a forza di spezzettare il nucleo, per quanto piccolo si arriva a un punto in cui uscirebbero fuori altre entità con caratteristiche quali-quantitative proprie, nuove dimensioni con nuove definizioni da parte di chi le osserva: protoni e neutroni. La cosa sorprendente nasce dalla considerazione che proseguire fino all’infinito con i numeri si può ma solo idealmente in chi osserva: questo giochetto non vale invece nella realtà, perché la realtà si basa su identità quali-quantitative finite relative a chi le osserva, ma esistenti solo nell’estensione assoluta e finita spazio-temporale dell’originaria entità materia-energia.

Così si definisce quali-quantitavamente “il fegato”, e si può suddividerlo. Ma non all’infinito: si arriverà al punto in cui separeremo gli ultimi due lobuli epatici (secondo Rappaport) o acini (secondo Elias) [5], e perdendo la sua dimensione quali-quantitativa di fegato, inizierà quella del lobulo o acino epatico. Così proseguendo, dal lobulo prenderà forma la realtà dell’epatocita, e via dicendo per la cellula e gli organelli ultrastrutturali. Al di là dei punti di osservazione della realtà, ciò che esiste è un continuum di dimensioni materiali-energetiche intrinseche le une alle altre, pur perdendo di significato per l’osservatore.

E’ importante perciò constatare che una realtà osservabile è relativa all’osservatore, ma presuppone un’estensione assoluta, continua e finita, esistente al di là di chi la osserva, ed è l’estensione dell’energia in materia o viceversa, sempre e ad ogni dimensione dello spazio-tempo.


Fig_1.2 [9]  Rappresentazione figurata della strutturazione dell’energia in materia






Le considerazioni fatte finora sui concetti fisici trovano riscontro nei fenomeni naturali e nelle leggi che li descrivono.
In natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, e il pianeta Terra, staccatosi dal Sole come tutti gli altri pianeti 5 miliardi di anni fa, era una palla infuocata che ora ospita le più disparate forme di vita. Perciò, ogni forma di vita qui oggi è una “semplice”  trasformazione di quella sostanza incandescente che ben poco aveva di materiale quando appena si staccò dal Sole, come il Sole a sua volta aveva ben poco di materiale appena uscito dal Big bang. Ma nulla si crea o si distrugge, e tutta la vita che osserviamo intorno a noi è già tutta scritta dentro la “sostanza” primordiale: come un individuo umano, per fare un parallelismo, è già presente nella prima cellula risultante dalla fusione dei gameti. È solo questione di trasformazione, e di estensione.

Ciò che noi chiamiamo materia altro non è che energia strutturata sotto forma di legami, che assumono caratteristiche precise a seconda della dimensione spazio-temporale. Viceversa, l’energia altro non è che materia destrutturata. Ciò che determina il passaggio da uno stato all’altro è la velocità: E= m c2.

La legge di Einstein evidenzia proprio questo: l’energia e la materia si identificano in virtù di un moto, cioè una velocità, che presuppone in sé uno spazio e un tempo, cioè l’estensione di una dimensione. Energia e materia sono la stessa sostanza più o meno stabilizzata in una dimensione spazio-temporale.
La cosa difficile da afferrare è che questa strutturazione è un fenomeno continuo, e non si distingue solo nella nostra dimensione qualora noi percepiamo una “massa” o percepiamo un “calore”.
Definiamo energia dal punto di vista fisico l’ “attitudine a compiere un lavoro, che si manifesta in varie forme interconvertibili” [8], per cui vi è l’energia termica, l’energia elettrica, l’energia nucleare, etc. Definiamo forza invece la “causa che provoca la modificazione dello stato di quiete o moto rettilineo uniforme di un corpo” [8]. Sono definizioni che si adattano alla realtà umana, ma che perdono significato in senso assoluto, come tra l’altro gli stessi concetti di inerzia e moto uniforme nelle teorie della relatività. Vediamo perchè.

La materia risulta strutturata in questo modo. In origine, come abbiamo visto, al primo istante dopo l’esplosione, l’Universo era costituito di fotoni, quanti energetici che hanno comportamenti fisici sia corpuscolari che ondulatori. Un attimo dopo presero forma le particelle elementari, i leptoni, soggetti ad interazioni deboli (elettroni, positoni, neutrini). Un attimo dopo ancora presero forma gli adroni, soggetti ad interazioni forti (protoni, neutroni). Si arriva all’atomo, struttura comune alla materia organica ed inorganica, composto da nucleoni (protoni e neutroni) ed elettroni. Di attimo in attimo la temperatura scende drasticamente e l’energia prende forma in “legami”, ossia materia.
La materia inerte compare quindi dapprima sotto forma di particelle che interagiscono dando forma a materia sempre più organizzata e più “fredda”. La materia è la stessa energia primordiale organizzata in “legami” e più “fredda”, cioè meno mossa. Per strutturazione si intende quindi il fenomeno per cui l’energia si stabilizza in materia abbassando la propria temperatura, o rallentando il proprio moto intrinseco, che in fisica ha lo stesso significato.
Tale stabilizzazione a noi si esprime in determinati legami materiali, specifici per ogni dimensione della materia stessa.
Agli estremi, per ora, ci sono:

  • il fotone (velocità massima) dove l’energia è la cosa a noi più evidente in base alla nostra definizione, e dove la materia è impercettibile, ma c’è, perché il fotone è onda e corpuscolo.

  • la materia inerte (velocità minima), dove la materia è la cosa a noi più evidente in base alla nostra definizione, e l’energia è impercettibile, ma c’è, ed è quella gravitazionale.
A noi gli estremi poco interessano, perché varieranno con la sensibilità degli strumenti di indagine dei fenomeni fisici. A noi interessa aver compreso come in natura materia ed energia coincidano in virtù di un moto, perché ciò può far luce sui meccanismi delle così dette “medicine energetiche”, altro triste sinonimo delle medicine non convenzionali.




(*) Sotto l'influsso della teoria neoplotiniana dell'emanazionismo, Dante, nell'ultimo canto della Divina 
Commedia, nei versi 85 e seguenti , così descrive la sua visione paradisiaca di Dio:

"Nel suo profondo vidi che s'interna/ 
legato con amore in un volume, /
ciò che per l'universo si squaderna: / 

sustanze e accidenti e lor costume, / 
quasi conflati insieme, per tal modo /
che ciò ch'i' dico è un semplice lume. / 

La forma universal di questo nodo / 
credo ch'i' vidi, perché più di largo,/ 
dicendo questo, mi sento ch'i' godo."








1.3 L’evoluzione naturale





Alla luce delle odierne conoscenze scientifiche in campo geologico si possono datare le tappe attraverso le quali si è giunti alla vita biologica nel pianeta Terra. Alla luce delle conoscenze astrofisiche invece, come abbiamo visto sopra, quelle dell’origine del Sistema Solare (1) e persino dell’Universo esplorabile [2].
Un aspetto che qui si vuole sottolineare è il tipo di moto che caratterizza l’evoluzione dell’Universo intero, e il tipo di moto che caratterizza i fenomeni in esso compresi, compresi quelli biologici.
Osserviamo i dati stimati [1][2], prendendo come unità di misura temporale di riferimento il miliardo di anni, e l’anno solare.


TAB 1.3a [1] Eventi cosmobiologici osservabili dal Pianeta Terra

EVENTI
Anni
ad oggi

Miliardi di anni
ad oggi
Big bang [2]
15.000.000.000  

15




Origine del Sistema Solare
5.000.000.000

5
Prime molecole
4.000.000.000

4
Organismi Unicellulari
3.000.000.000

3




Comparsa ossigeno
2.000.000.000

2




Organismi Pluricellulare
1.000.000.000

1
Esplosione del Cambiano
600.000.000

0,6
Primi pesci
430.000.000

0,430
Primi anfibi
345.000.000

0,345
Primi rettili
300.000.000

0,300
Primi uccelli e  mammiferi
150.000.000

0,150




Primi mam.placentati
65.000.000

0,065
Uomo primitivo
1.500.000

0,0015
Controllo del fuoco [16]
800.000

0,000800
Uomo moderno
110.000

0,00011
Uso della ruota [17]
7.000

0,000007
Lingua scritta [13][6]
5.500

0,0000055




Metodo scientifico
300

0,0000003
Informatica e genetica
Oggi

Oggi





Si è detto che energia e materia sono due stati di una stessa sostanza con virtù diverse sulla base di un moto, cioè di uno spazio-tempo. Se in natura uno spazio e un tempo assoluto esistono (quelli dell’Universo esplorabile), misurandoli dal nostro punto di riferimento con la nostra strumentazione, possiamo indicativamente osservare dal grafico sopra che la stabilizzazione dell’energia in materia avviene con un moto non uniforme, ma accelerato.

Gli “eventi significativi” in grafico sono arbitrari, ma sono indicativi di quella strutturazione funzionale dell’energia in materia, che ha consentito il progresso di un “sistema organizzato a uno scopo”, quello della vita. Come dire: senza Sole non ci sarebbe pianeta Terra, senza pianeta Terra non ci sarebbero mammiferi, senza mammiferi non ci sarebbe pensiero umano, senza pensiero umano non ci sarebbero libri. Quindi i libri esistono in virtù del Sole. Bizzarro, ma solo per il nostro immaginario,  perché la realtà è così.



Fig 1.3b [1]



Fig 1.3c [1]







Se occorrono 10 miliardi di anni perché dal “niente” si abbia un Sole, ci vogliono 4 miliardi di anni perché da una porzione dell’inorganico Sole si formi sopra un organismo pluricellulare.
Ma ecco un altro Big bang, tremendamente più sorprendente del primo: 0,5 miliardi di anni dopo, le prime alghe pluricellulari segnano l’inizio di quello che i biologi chiamano, guarda caso, “Esplosione del Cambriano” : la comparsa sul pianeta di quasi tutte le forme di vita, vegetali e animali, oggi osservabili.
Constatare che l’evoluzione in questo senso sia in accelerazione, è un’evidenza.
Se tra la prima forma di lingua scritta e la stesura del metodo scientifico intercorrono 5000 anni, e e ne passano appena 300 tra questo e l’osservazione del DNA, allora forse gli studi contemporanei sulla comunicazione non verbale sono una prefazione alla telepatia, che non dovrebbe poi essere così lontana.
Ho voluto riportare questi dati e sottolineare questi aspetti anche per riflettere su un evento comparso sul pianeta Terra circa 2 miliardi di anni fa, fondamentale  per affrontare i prossimi capitoli. La comparsa dell’ossigeno nell’atmosfera.

Il metabolismo dei primi organismi unicellulari infatti non poteva che essere fotosintetico, se a disposizione non c’era quasi altro che luce (fotoni). Di luce ve n’era tanta, ed immenso era l’habitat, per cui il diffondersi repentino di tali organismi fu ovvio. Altrettanto ovvio però fu l’accumulo repentino dei prodotti del catabolismo, tra cui l’ossigeno, tossico per molti organismi unicellulari. Ecco allora che nel nuovo habitat gli organismi fino a quel momento presenti instaurarono nuovi equilibri, nuove forme di adattamento per raggiungere gli scopi di ciò che è vita: preservarsi e riprodursi.
Fermiamoci qui per un attimo, perché dobbiamo rivedere tutto ciò alla luce dell’uguaglianza materia-energia.

Il motivo per cui sul pianeta Terra i dinosauri ci sono stati per quasi cento milioni di anni crescendo in statura ma senza lasciare uno scritto è lo stesso per cui in natura i nuclei atomici sono stabili a determinati numeri finiti di protoni e neutroni: cioè l’equilibrio.

Fig 1.3 d
Abbiamo visto come la materia sia energia stabilizzata in “legame” lungo l’estensione spazio-tempo. Ma ad ogni stabilizzazione si crea un equilibrio tra ciò che nel frattempo si è stabilizzato e ciò che permane dell’equilibrio precedente, essendo l’estensione un’estensione finita e continua. Per essere chiari, se all’istante x troviamo fotoni, all’istante x+1 troveremo fotoni e particelle leggere (elettroni, positoni, neutrini); all’istante (x+1)+1 troveremo fotoni, particelle leggere, protoni e neutroni (particelle pesanti); all’istante [(x+1)+1]+1 troveremo fotoni, particelle leggere, particelle pesanti e atomi; così via.

Ogni istante x+n perciò è un ambiente nuovo, con nuovi legami, nuovi equilibri. L’uomo non è mai cresciuto in statura quanto un dinosauro, perché quello non è il suo equilibrio materiale-energetico naturale, e un rettile non ha mai potuto scrivere nulla, perché non era intrinseco al suo equilibrio materiale-energetico. Potremmo trovare uomini giganti e rettili pensanti in altre dimensioni “parallele” nell’espansione dell’Universo, perché no? ma questa è fantascienza.

Bisogna però tener presente che la stabilizzazione dell’energia in un “legame” materiale è già equilibrio: equilibrio che l’energia ha assunto nell’estensione, mano a mano che il suo stato di “moto” (la temperatura) diminuisce. La materia osservata è energia “equilibrata” in determinate condizioni di spazio-tempo, dove ha raggiunto quel movimento intrinseco (temperatura). Quindi la distensione dell’energia in materia è oggettiva. I concetti di interno-esterno, ambiente-organismo, sono relativi a un osservatore, ma accomunati da quella oggettiva estensione. Questo è fondamentale per trattare di medicina, convenzionale e non, perché si dovrebbe mirare a conoscere, preservare e ristabilire quando possibile l’equilibrio naturale di un organismo in vista di quell’equilibrio oggettivo.
Un miliardo di anni fa, comparve l’ossigeno nell’atmosfera terrestre. Non comparve gradualmente: la sua produzione fu, di nuovo, “esplosiva”. Nel senso che d’un tratto venne prodotto a quantità industriali. Si formò da quei batteri che adattarono le proprie strategie metaboliche al carburante che allora era più disponibile in commercio: l’acqua.

In origine, tre miliardi di anni fa, la prima forma di metabolismo comparsa nei batterioclorofilla, prevedeva l’uso esclusivamente della luce per caricare fosforo nell’ADP. Un fotone per un legame atomico. Quasi come dire… energia per energia. Il processo prende il nome di fotofosforilazione ciclica, e la struttura pigmentata che la attua è chiamata Fotosistema I [23].
Alcuni batteri poi cominciarono ad elaborare le proprie strategie metaboliche, e ad utilizzare, come gli odierni tiobatteri, composti altamente ridotti come substrato da ossidare. Ad esempio l’acido solfidrico (H2S). Ma visto che l’acqua (H2O), altro riducente, cominciò allora ad abbondare proprio come la luce, il passo obbligato da compiere per avere vita facile (sussistere e riprodursi senza troppi problemi) fu attivare una strategia per utilizzare entrambe: luce ed acqua. Evolsero allora i cianobatteri. Essi “integrarono” al Fotosistema I un altro apparato: il Fotosistema II. Questi due apparati attuano una fosforilazione non ciclica: fotosintesi che per fosforilare l’ATP e “organicare” il carbonio (riduzione di anidride carbonica a glucosio), deve ossidare l’acqua (H2O) in ossigeno (O2) [23]. Sottolineo che il Fotosistema II non sostituisce ma integra il Fotosistema I.

Da Darwin in poi sappiamo che tutto questo processo sottostà  alle leggi dell’adattamento evolutivo di un organismo in un ambiente.
Ma proviamo ora ad osservare cambiando punto di riferimento. Proviamo a guardare questo processo da quel punto di osservazione che a Darwin purtroppo era sconosciuto. Guardiamolo osservandolo dal Big bang.

Noteremo che organismo e ambiente scompaiono: tutto diventa ambiente che si evolve dentro un ambiente. Ogni ambiente è dato dalle varie forme di materia-energia che si stabilizza in una dimensione, e ogni ambiente è caratterizzato da un equilibrio d’interazione di queste forme. 
Da un ambiente dove c’è quasi solo acqua e luce, fioriscono semplicemente acqua e luce materializzati in forme che denominiamo “di vita”. Dai batteri a noi il passo è breve, è un attimo visto dal Big bang. Noi come i batteri tuttora non siamo che ammassi di acqua in movimento che per muoversi utilizzano fotoni. Ed è il fotone la differenza essenziale tra un ADP e un ATP, non il fosforo “in più”. Ma torneremo su questo punto.
Ora contempliamo come questo microambiente (le prime strutturazioni a base di acqua e luce), cioè le prime forme di vita, equilibrandosi abbiano al tempo stesso squilibrato l’ambiente in cui presero forma. Produssero ossigeno. Lo produssero in quantità industriali perché loro si riprodussero a ritmi industriali. E si riprodussero a ritmi industriali perché di acqua e luce, in quell’angolo di Universo, ve n’erano in quantità industriali.
Eppure l’ossigeno in quell’ambiente era tossico. Era ed è tossico proprio agli abitanti (le molecole organiche) di quelle prime comunità organizzate (le cellule) che lo produssero. Quindi il successivo passo obbligato fu creare strutture più complesse, che producendo ossigeno fossero in grado di isolarsi dall’ossigeno. Appena i prodotti del metabolismo fotosintetico (ossigeno e carbonio organico) furono in esubero, il passo obbligato per il nuovo equilibrio fu specializzare ulteriormente il metabolismo. Comparve infatti, già nella compagine monocellulare, il metabolismo animale, che integrò (non sostituì!) il metabolismo vegetale.

Questa dinamica prosegue nella nostra dimensione. Oggi l’uomo produce idrocarburi e uranio radioattivo per il metabolismo che muove le città. Sopravvivrà se saprà isolarli nel breve tempo. Sopravvivrà se si adatterà a respirarli nel lungo tempo. Sopravvivrà se tale energia, per essere ottimisti, gli permetterà di ideare sistemi “metabolici” più puliti e più evoluti per le proprie comunità.

Concludendo, non è un organismo che si adatta all’ambiente o un ambiente che si adatta all’organismo, ma entrambi in modo reciproco costantemente e continuamente. L’adattamento di un ambiente su un ambiente segue la dinamica (direzione, tempi, spazi, ecc) che è quella naturale dell’equilibrio materia-energia.
Ogni ambiente può essere fisicamente esplorabile in ogni sua dimensione con leggi appropriate (newtoniane o quantistiche). Parlare di ambienti che fisicamente si equilibrano in ambienti a seconda dei convenzionali punti di riferimento, equivale a vedere un unico ambiente che si assesta da energia a materia (o viceversa) quando il punto di riferimento diventa l’inizio, il Big bang.
Dal quel punto di riferimento tutto è un processo di equilibrio delle forme in cui la materia-energia si struttura. Da un equilibrio scaturisce una nuova forma (estensione, espansione della precedente) che squilibra e ristimola un equilibrio. Tutto ciò è la dialettica dell’omeostasi. Divenire assoluto. E’ curioso, ma fisicamente inevitabile, notare che nello spazio-tempo il processo evolutivo è in accelerazione contemporaneamente alla decelerazione delle forme nel frattempo evolute: le galassie rallentano espandendosi, ma l’evoluzione interna ad esse è in accelerazione.






1.4 L’extraterrestre al telescopio




A mano a mano che l’uno materia-energia si estende in uno spazio-tempo, si stabilizza in una forma con una definita organizzazione. Osserveremo nei prossimi capitoli che non è propriamente un’organizzazione più evoluta a differenziare la “materia” organica dalla “materia” inorganica.
Ciò che è organico è contraddistinto invece, come è noto, da motivazioni che l’inorganico non ha: le motivazioni biologiche, mantenersi e riprodursi. Forse, come specificherò più avanti, è una presunzione ritenere tuttavia che l’inorganico non abbia motivazioni solo perché non ne ha di “biologiche”. Probabilmente ha motivazioni e scopi di esistere che non comprendiamo perché non possiamo che concepire le motivazioni biologiche.
Per capire però quanto questa presunzione contamini tutta la nostra visione scientifica, e la rende cieca davanti alla verità dei fenomeni biologici, farò un banale e immaginario parallelismo.

Immaginiamo dunque che in un pianeta lontano, a noi sconosciuto, un extraterrestre dalle sembianze umane abbia messo a punto un telescopio a tre ingrandimenti per osservare nello spazio.
Al primo ingrandimento, puntando verso il nostro Sistema Solare, con grande meraviglia, il nostro extraterrestre vede diversi pianeti, e la Terra nell’obiettivo risulta a lui grande in proporzione come un pallone da calcio nelle nostre mani. Osserverà quindi un sistema di nuvole che nel frattempo si muovono come fumo, e dedurrà che vi è un guscio trasparente a trattenerle, altrimenti si disperderebbero nello spazio. Inoltre vedrà che ci sono aree geometricamente indefinite di colori diversi, colori che corrisponderanno al nostro blu, al nostro marrone, al nostro verde, al nostro bianco, e in qualche punto, al nostro grigio scuro. Tutto appare immobile, tranne quel fumo imprigionato in una sfera trasparente.

Allora il nostro curioso extraterrestre decide di passare al prossimo ingrandimento. Vede che le aree marroni e verdi rimangono immobili, si intravede una certa ma vaga vibrazione oscillante delle aree blu e azzurre, e nota una prima differenza tra queste aree e quelle grigio scure: queste ultime hanno geometrie più definite, hanno forme organizzate. Non solo. Appena un punto della superficie di questo pianeta rimane oscurato dalla luce della sua stella, questi punti neri geometrici si illuminano. Automaticamente: appena entrano nella fase non illuminata dalla stella, si illuminano. Osservando bene inoltre, egli nota che le aree grigie più grandi, sono collegate da sottili fili che si illuminano anche loro nella fase oscura, e poi sembrano proprio scomparire quando torna la fase illuminata. Il nostro extraterrestre ovviamente si incuriosisce moltissimo, perché tra forme indefinite compaiono forme definite, e per di più con un’attività di illuminazione organizzata.


Passa allora al terzo ingrandimento, puntando proprio in quelle aree geometriche grigie. Con enorme stupore noterà un enorme brulichio di puntini colorati che si muovono all’interno di esse, soprattutto nella fase illuminata. Si muovono anche nella fase oscura, ma in minor numero, perché molti di esse scompaiono all’interno di quelle figure geometriche per poi ricomparire fuori durante la fase illuminata. Questi puntini si muovono lungo quei fili illuminati che appaiono adesso come strisce,  che ordinatamente si intrecciano all’interno delle aree grigie, o corrono diritte e isolate tra area grigia e area grigia. Sempre in queste aree, da alcune figure geometriche, si notano poi emissioni più o meno concentrate di fumo nero, grigio, bianco.
Purtroppo non ci sono altri ingrandimenti, ma il nostro curioso extraterrestre ce la mette tutta per sforzare la vista e osservare quei puntini colorati nelle ore più nitide del giorno, ma poco si distingue. Tuttavia, si intravedono una o più piccole ombre, che in genere si staccano dai puntini colorati quando sono fermi e arrivano alle figure geometriche, e viceversa, solo quando queste ombre si staccano dalle figure e arrivano ai puntini, i puntini iniziano a muoversi.

Con la pura osservazione, cosa potrà concludere il nostro extraterrestre dotato di logica umanoide ma privo di ogni esperienza sul pianeta Terra?

  1. Vi è un involucro trasparente che avvolge il pianeta e ne trattiene il sistema nuvoloso.
  2. Tale sistema nuvoloso è verosimilmente l’effetto del fumo sprigionato dalle figure geometriche delle aree grigie.
  3. Siccome nella fase oscura tale produzione di fumo si riduce, e concomitantemente si riduce il via vai di puntini colorati da un area all’altra, verosimilmente sono quei puntini a produrre il fumo, e quindi le nuvole.
  4. Lo producono probabilmente attraverso dei messaggi che trasmettono e sono vagamente visibili come ombre piccolissime, e che vanno in direzione biunivoca dai puntini colorati alle figure geometriche.
  5. Questi messaggi a ombra partono dai puntini colorati esclusivamente quando essi sono fermi. Quando invece vanno dalle figure geometriche ai puntini colorati, questi ultimi iniziano a muoversi.
Queste e altre osservazioni rappresenteranno la realtà terrestre per il nostro extraterrestre. Saranno vere non appena potrà sperimentare cosa accade interrompendo quelle strisce  comunicanti (le strade), bloccando selettivamente puntini di un certo colore (gli automezzi), eliminando le figure geometriche (le fabbriche) delle aree grigie (le città) che producono le “nuvole”; impedendo magari l’uscita dei messaggi a “ombra” (noi!).

Certo è che potendo indagare con strumenti di osservazione che rimangono inevitabilmente della sua dimensione, per quanto potenti, non potrà mai capire le vere dinamiche di quelle città.
Prima o dopo potrà dedurre forse che le città esistono nella loro costituzione e nella loro azione solo in virtù di quelle ombre, ma non capirà mai l’intelligenza emotiva [24] che costituisce e muove quelle ombre. Soprattutto, se mai capirà che senza tali ombre non ci sarebbe alcuna area grigia, ma solo aree verdi, marroni e blu, sicuramente non capirà mai che senza le aree verdi marroni e blu, monotone e insignificanti per la sua osservazione al telescopio, di quell’intelligenza emotiva non vi sarebbe davvero neppure l’ “ombra” sulla Terra.

Ebbene, di questo calibro è la verità scientifica della realtà biologica che l’uomo sta osservando da 300 anni al microscopio.










       2. L’ “altra” medicina








2.1 Questione di metodo


Analizziamo brevemente la differenza sostanziale dal punto di vista epistemologico tra medicina non convenzionale e medicina convenzionale, quella cioè ufficialmente riconosciuta come scientifica.
Facciamo alcune considerazioni senza entrare nei particolari di ciò che è sperimentalmente scientifico basandosi sul criterio deduttivo di falsificabilità, o su quello induttivo di verificabilità [19].

Un fenomeno è sperimentabile scientificamente se si possono mettere in relazione misurazioni riferibili a detto fenomeno. Qualora uno studio di tali misure fa emergere una tesi, che consente la previsione del comportamento di tale fenomeno e la sua ripetitività, allora tale fenomeno si può ritenere scientificamente spiegabile. Ciò che non è scientificamente spiegabile però, non risulta “non reale”.

Fig 2.1 [19] Algoritmo di dimostrabilità scientifica

Risulta un fenomeno umanamente non “prevedibile” e “riproducibile”, non un fenomeno che non esiste. C’è ad esempio la tendenza a dire che le guarigioni miracolose non esistono. Le guarigioni miracolose invece sono un dato di fatto, e su queste la medicina scientifica mette il timbro “guarigione inspiegabile”.

Il cervello animale prima osserva e poi conosce, ma il conoscibile non può che essere un sottoinsieme che prende forma da ciò che si osserva. Prima di ogni atto conoscitivo il mistero di ciò che si osserva è totale. Come nei bimbi neonati.
Il metodo scientifico che oggi applichiamo non è nato trecento anni fa: è stato descritto trecento anni fa. Nasce in ognuno di noi, infante, dal momento che ci accorgiamo consapevolmente (*) che piangendo otteniamo nutrimento da una strana figura che si muove. Forse è il nostro primo atto sperimentato scientificamente, di cui facciamo previsione e ne confermiamo la ripetitività.

Con l’atto conoscitivo diamo progressivamente spiegazione al mistero. Conoscendo però ci sfugge che la realtà è tutto ciò che osserviamo, e l’inspiegabile non esiste se non dentro di noi. Il metodo scientifico sperimentale è applicato da tutto il mondo biologico, non solo dall’animale evoluto. Gli uccelli applicano il metodo scientifico per costruirsi il nido, le cellule lo applicano per produrre una proteina o correggere il DNA. Ma per fare ciò uccelli e cellule, ciascuno a modo suo, ciascuno con misurazioni consone alle proprie dimensioni, ciascuno con il proprio livello di consapevolezza, devono pur sempre “misurare”, confermare ipotesi e ottenere i risultati desiderati. Il dato di fatto banale di cui dobbiamo tener conto alla luce del ragionamento fatto fin qui è che le misurazioni che fanno le cellule sono incomprensibili agli uccelli, e quelle delle cellule e degli uccelli sono incomprensibili all’uomo, perché ciascuno le esegue nella propria dimensione inevitabilmente applicando quello stesso metodo.

Dobbiamo convenire quindi sul fatto che un fenomeno osservato ha delle leggi per cui avviene in natura, al di là dell’uomo che lo misura e lo controlla.
A questo punto facciamo chiarezza sull’azione cruciale per la scienza: la misurazione. Per dimostrare scientificamente occorre ovviamente “misurare”. Ma se fino a pochi decenni fa si poteva misurare obiettivamente solo con il numero, oggi, dopo l’opera epocale di Whitehead e Russel, i Principia Mathematica [21], è misura obiettiva anche la logica. Anzi, la matematica pura è estensione della logica [21].
Grazie a quest’opera, la logica, da filosofia discutibile, diviene scienza. E’ possibile uno studio scientifico della realtà anche là dove le misurazioni non possono esser fatte con il numero. A quest’opera si rimanda per i particolari.
Qui è determinante, sempre per analizzare scientificamente le medicine alternative, tener conto che si può comprendere la legge di un fenomeno osservato certamente misurando, ma non per forza di cose misurando numeri. Si mettono cioè in rapporto logico obiettivo delle affermazioni reali corrispondenti a dati di fatto reali, correlati dalla reale e verificabile corrispondenza di causa-effetto.
In medicina non convenzionale, tali dati di fatto reali, che assumono la stessa obiettività del “numero” nell’esperimento meccanico, non possono che essere segni e sintomi. I dati di fatto su cui si basa anche la medicina ufficiale dovrebbero essere dapprima segni e sintomi vissuti dal paziente, mentre invece spesso sono secondari ai segni e sintomi “numerici” delle analisi collaterali.

Quando si parla di “Medicina” si deve aver chiara una cosa umanamente ineccepibile: la patologia e la salute dell’ ”organo” devono essere inevitabilmente e scrupolosamente studiate non in modo fine a se stesso ma per raggiungere l’obiettivo più alto, cioè lo studio del malessere e del benessere dell’ “organismo” a cui appartengono quegli organi.

Già per raggiungere il primo obiettivo le misurazioni numeriche incontrano ad un certo punto le difficoltà tipiche che si incontrano quando il misuratore arriva al limite della propria dimensione. È inevitabile invece che per misurare obiettivamente benessere e malessere di un organismo si dovranno adottare criteri che dai numeri possono al limite essere confermati.

Riassumendo, “alternativa” o “non convenzionale” sono termini comunemente attribuiti dalla medicina classica a medicine non sperimentate con il metodo scientifico ufficiale. Per rendere scientifico un metodo però vi sono diversi criteri. Tali criteri nella storia della scienza hanno subito variazioni, passando da quelli di verificabilità (induttivo) a quelli di falsificabilità (deduttivo).
A seconda del criterio, esso non è che una sperimentazione comprovante (induttiva) o controprovante (deduttiva) per determinare se un fenomeno osservabile (**) è reale, prevedibile e ripetibile. Ma attenzione: è controprova o comprova, non prova, che un fenomeno osservabile sia reale e riproducibile.
La prova che un fenomeno sia reale ovviamente è l’osservazione medesima, che inevitabilmente parte da una base empirica. Anche un'osservazione immaginaria infatti ha sempre base empirica: si può discutere se "un uomo che vola" è reale o immaginario, comunque tale immagine si basa sull'osservazione dell' "uomo" e del "volo", empiriche. Si vuole allora escogitare un “metodo” per  comprovare o controprovare che quell'immaginazione corrisponda o no a qualcosa di reale e riproducibile. Tale metodo lo si chiama appunto scientifico.
Tuttavia , il metodo scientifico solo secondariamente è un protocollo ufficiale di verifica. All'origine, è il metodo che la ragione animale attua ogni giorno per conoscere la realtà.
Ci risulta “reale” ciò che, percepito empiricamente con i sensi, in ogni banale esperienza quotidiana comproviamo o controproviamo usando la ragione.
Un fenomeno osservabile in natura è riproducibile quindi al di là del metodo che lo analizza e lo spiega: basta innescare le cause che lo effettuano.
Ebbene, le medicine non convenzionali, pur non essendo ancora scientificamente provate, sono terapie che attuano una cura (come causa) i cui effetti sono empiricamente attesi.




*consapevolmente perché vi è una fase precedente in cui è inconsapevole, innata. Alla base vi è una capacità intellettiva associativa che da inconscia diviene conscia. Tuttavia è l’inconscio che si forma su una coscienza, non il contrario. Semplicemente nel momento in cui prende forma un livello di coscienza superiore, quello inferiore diviene inconscio. Questa fenomenologia è ben presa in considerazione nei Principia Cybernetica, cui si rimanda [20]. Vedi anche paragrafo 2.3 Psiche e corpo.

**Si considera l’ “osservabile” e non l’“osservato” per questo motivo: l’osservabile, reale o immaginario, comprende sempre l'osservato, esclusivamente empirico.








2.2 Il “come” dei meccanismi, il “perché” delle motivazioni



Abbiamo accennato all’opera di Russel e Whitehead, i “Principia Mathematica”. Quest’opera ha determinato la nascita di una nuova dottrina scientifica, quella dei “Principia Cybernetica”.
Il Principia Cybernetica Project (PCP) è un tentativo di unificazione interdisciplinare tra la teoria dei sistemi (la cibernetica) e le teorie dell’evoluzione [3]. Tutto quello che è stato trattato fin qui si ispira a quel tipo di progetto.
Fino a cento anni fa la maggior parte della realtà osservata poteva essere spiegata con il modello d’indagine cartesiano. Quel modello ha contribuito al tempo stesso alla costruzione di strumenti d’indagine che a loro volta hanno permesso l’osservazione più approfondita di realtà che esso stesso non spiegava. Da tali osservazioni sono emerse le teorie quantistiche, i cui modelli scientifici spiegano realtà prima inspiegabili.
Tutto questo processo dimostra ancora una volta come l’evoluzione sia un fenomeno continuo che non avviene per salti, ma ogni traguardo è un punto di partenza, e non vi è punto di partenza che non sia stato traguardo.

Il modello cartesiano, si sa, non deve essere soppiantato da quello quantistico: entrambi servono per descrivere leggi specifiche per specifiche dimensioni della realtà loro oggetto. Perciò anche il metodo scientifico non è “da superare”, ma sempre da “integrare”.
La medicina ufficiale oggi è al passo con il modello scientifico quantistico solo nella diagnostica collaterale: TAC, RM, Rx, ecografia, analisi di laboratorio, etc. L’approccio clinico alla malattia invece è fermo alla dinamica meccanicista del modello cartesiano.
Il sistema si è così viziato. Il medico è più fiero della precisione tecnologica nel descrivere una malattia, che non dell’aver in mano una terapia per risolverla. Più si è afferrati e in possesso di metodiche diagnostiche all’avanguardia, più ci si sente bravi medici. Mentre la terapia, a fianco di mille fotografie e mille numeri, è sempre quella: se non funziona ci si giustifica con la deviazione standard sperimentale. La diagnostica collaterale, nella ricerca, è un enorme, indiscutibile traguardo. Ma essa non può andare oltre l’organo.

Ma agli studiosi di medicina integrata, interessa l’organismo. Allora questo traguardo deve diventare un punto di partenza, e cercare di andare oltre.

In altre parole, sappiamo molto sui meccanismi fiosiopatologici degli organi; possiamo analizzare immagini bellissime e chiarissime del prima e del dopo un evento patogenetico; abbiamo sviluppato terapie molecolari che possono modificare in modo mirato questi meccanismi. Ma forse traditi dall’entusiasmo, forse affascinati dalla sensazione di onnipotenza, forse tentati dai ritorni economici di questo evento, forse per tutte queste conseguenze di questo traguardo, abbiamo perso di mira i princìpi supremi. Abbiamo dimenticato che il punto di riferimento della ricerca medica è il benessere psico-fisico dell’organismo: forse perché l’ambizione più radicata nel mondo sia accademico che professionale, al di là di ogni deontologia, è aprire un libro di medicina per fantasticarci sopra riverenze professionali e denaro, invece di contemplarvi il miracolo e il dramma della vita. Ma proseguiamo.

Abbiamo detto che lo studio della fisiologia e della patologia dell’organo (dalla cellula agli insiemi di cellule, cioè i tessuti e gli organi propriamente detti) deve essere funzionale allo studio del benessere e del malessere dell’organismo. Abbiamo visto come le leggi della fisica cartesiana siano ideali per comprendere i meccanismi d’azione fisiopatologici “misurabili” dell’organo.
I fenomeni biologici però possono essere previsti e riprodotti non solo in base a una meccanica, ma anche in base ad una motivazione.

Ad esempio. Se facendo una banale richiesta a qualcuno, del tipo: “mettiti seduto”, si osserva che costui si siede, possiamo fare due misurazioni. La prima è di tipo meccanicistico: descriviamo cioè tutto il percorso fisico dell’informazione (elaborazione nel cervello di chi formula l’informazione, emissione dal suo organo di fonazione come onda sonora, percezione nell’organo di ricezione di chi la riceve, traduzione in informazione nel cervello di questi e sua esecuzione). Tutta la meccanica di questo percorso può essere ipoteticamente descritta con leggi newtoniane. Eppure tutta questa descrizione non ci svela se la persona a cui è dato l’ordine deciderà o no di sedersi. La seconda misurazione è di tipo motivazionale. Ci sono tante variabili quante sono le motivazioni a fare l’una o l’altra cosa che determineranno proprio l’uno o l’altro effetto. Ebbene, noi possiamo prevedere e anticipare l’effetto solo ed esclusivamente conoscendo queste variabili.
Conoscendo la meccanica a pennello, ma non le motivazioni, non possiamo prevedere nulla. A meno che l’ipotetico interlocutore non sia un robot, cioè una macchina programmata. Ecco perché il modello cartesiano è impeccabile nell’ingegneria, ma non in biologia. Ecco perché in biologia le misurazioni di un meccanismo seguono statisticamente una distribuzione gaussiana.

Se al contrario, non conoscessimo nulla della meccanica, ma conoscessimo tutte le motivazioni?
Rischieremmo in questo caso di illuderci di poter fare a meno della meccanica, fondamentale da conoscere anche per non cadere nel soprannaturale. Mi spiego rimanendo nell’esempio.
Se un indigeno, che nulla sa di anatomia e fisiologia, chiede di sedersi ad un suo coetaneo affetto da morbo di Halzeimer, penserà che il suo coetaneo sia in preda a forze oscure vedendolo non rispondere con normali e prevedibili reazioni a tale domanda, pur avendo presenti tutte le motivazioni che lo possono portare a sedersi o meno. Semplicemente si è inceppata in lui la meccanica di elaborazione dell’informazione. Non c’è alcuna forza oscura.

Perciò, comprendere il meccanismo d’azione è fondamentale in biologia. La scienza ci ha permesso di farlo egregiamente fino ad oggi. Ma poi bisogna sondare il campo delle motivazioni. La biologia è biologia in quanto motivazione: motivazione a sussistere, preservarsi, riprodursi.
Personalmente, sono convinto, coerentemente alla logica fin qui adottata, che una motivazione vi sia in tutta la “materia” (l’energia-materia per coerenza). Solo nella sua strutturazione avanzata, che a noi risulta biologica, possiamo intravederne motivazioni, e possiamo comprendere solo le motivazioni delle sue forme più evolute semplicemente perché sono quelle più empatiche con le nostre. Superbamente questo nostro limite conoscitivo, lo ribaltiamo: non è l’uomo che ha un limite nel comprendere la vita, ma la realtà che non ha vita oltre a quella che lui comprende. Questa superbia è la strategia che adottiamo per auto-ingannarci su un limite, facendolo diventare una prerogativa. Ma da qui alla teologia il passo è breve. Noi dobbiamo parlare di medicina.

Per concludere, le singole parti di un sistema vanno analizzate per comprendere il loro ruolo in tale sistema: i loro meccanismi devono essere ricercati perché sono la guida alla comprensione del motivo per cui il loro meccanismo sussiste.
Ebbene, la scienza che si occupa, con il metodo cartesiano e quantistico a seconda della dimensione, delle comunicazioni tra le parti di un sistema, è quel ramo dell’informatica che si chiama cibernetica.
La medicina integrata ha come obiettivo lo studio delle informazioni bi-direzionali tra sistemi di cellule, tessuti ed organi all’interno dell’organismo animale.





2.3 Psiche e corpo


Per la medicina convenzionale, un organismo sta bene quando i suoi organi funzionano nella norma. La normalità corrisponde a un valore medio (in senso statistico) della funzionalità organica. Perciò la medicina convenzionale attua prevenzione e contrasto alle deviazioni critiche (patologiche) di tale media funzionale. Gli animali con patologie d’organo però spesso non dimostrano di stare male. Per quanto sia raro, si incontrano addirittura persone ammalate che, accettando la propria patologia, affermano di “star bene”. Queste considerazioni arrivano a sfociare in problematiche esistenziali cruciali, quali il dolore e l’eutanasia, su cui non possiamo dilungarci. Ma è fondamentale anche qui ricordarsi che questi sono gli obiettivi ultimi in Medicina, e le nostre analisi sono vane, a monte, se non teniamo presente il tema di fondo, a valle.

Negli animali l’organismo è costituito da corpo e psiche. Verrebbe da pensare in modo ovvio che “c’è benessere quando corpo e psiche sono sane. Se uno o l’altra o entrambi sono ammalate, c’è malessere”. Invece, per ragioni addirittura più ovvie, non è affatto così.
Corpo e psiche non sono due cose, ma una sola cosa. La psiche è semplicemente la funzione espletata dall’organo più evoluto dell’organismo animale, cioè il sistema nervoso della vita di relazione: l’encefalo, o meglio la sua corteccia cerebrale. Tale funzione è più evoluta nell’uomo perché l’uomo ha la corteccia più evoluta in natura. Tutto qui.
Psiche e corpo possono anche essere analizzati come mondi separati. L’importante è farlo consapevoli di non analizzare la realtà. Questo in verità è un ostacolo non indifferente, perché crea disastri concettuali. Vediamone alcuni attraverso alcuni quesiti.

Un animale “sta male” o “sta bene” quando avverte malessere, cioè ne è cosciente, e lo fa tramite la sua psiche.
Può stare male avendo ogni organo sano? Evidentemente sì: qualora gli viene impedita una delle famose “cinque libertà etologiche” che garantiscono il suo benessere animale [22]. Può viceversa stare bene avendo un organo ammalato? Evidentemente sì: lo dimostrano i casi di patologie d’organo gravi non avvertite da pazienti umani, riscontrate fortuitamente in coincidenza di controlli di routine (e vale la pena sottolineare che non è solo questione di tempo: talvolta queste patologie sono inavvertite per tutta l’esistenza, scoperte all’esame necroscopico dopo morte naturale del paziente).
Benessere e malessere di un organismo non sono quindi riferibili alla somma di salute o patologia degli organi dell’organismo. Benessere e malessere sono riferibili alla percezione che l’organismo ha della propria totalità.

La corteccia cerebrale è l’organo che svolge tale funzione: coscienza di star male o bene relativamente agli scopi esistenziali (mantenimento e riproduzione) e alle soglie di allarme (di dolore o di gratificazione) specie-specifici. Ma la corteccia ha coscienza del benessere totale senza avere coscienza delle singole parti dell’organismo.
Infatti, i dati per trarre le conclusioni che le spettano sono presi dalla struttura nervosa con cui è in continuità perché da essa deriva: il sistema nervoso autonomo. Il sistema nervoso vegetativo ha una propria coscienza che noi non avvertiamo, ma che comunica inevitabilmente con la coscienza che avvertiamo e che da essa deriva (basta pensare ai circuiti della fame, della sete e del sonno). Ogni organo è innervato da fibre del sistema nervoso autonomo.
Quindi la “coscienza” esiste per l’organismo animale che la vive cerebralmente. Ma esiste perché è una funzione in continuità con la funzione del midollo spinale, che ha di fatto e inevitabilmente un proprio livello di coscienza. Riconosceremo allora che una coscienza di natura nervosa inizia per forza di cose a livello dei gangli nervosi autonomi topograficamente distribuiti per organi e tessuti. Ma perché abbiamo la presunzione di pensare che una coscienza possa essere solo di origine nervosa, quando invece questo tipo di coscienza è l’ultima emanazione evolutiva di molteplici realtà che la vanno a costituire? Spieghiamoci meglio.

E’ verosimile che ogni fibra nervosa autonoma, per raccogliere l’informazione di più cellule di un organo, innervi una singola cellula parenchimatosa: quella che a sua volta raccoglie l’informazione media delle altre attraverso canali d’informazione non neuronali. Ma allora ciò presuppone inevitabilmente che quella cellula innervata abbia “coscienza” di rappresentare un gruppo di cellule (questo ricalca il meccanismo di strutturazione dei sistemi ben descritto nei Principia Cybernetica, a cui si rimanda [20]). Se invece fosse che ogni cellula è innervata da una singola propaggine di una fibra nervosa autonoma, ben venga a ritenere che non ci sia “coscienza d’organo”. Saremo comunque costretti a riconoscere forme di “coscienza” a livelli più bassi, cioè per la cellula: l’unità vitale più piccola che già mira a conservarsi, mantenersi e riprodursi. Inoltre  gli organismi pluricellulari compaiono quando più cellule si accorgono che organizzandosi tali scopi si raggiungono prima e più efficientemente. Anzi, è proprio quando tali comunità di cellule raggiungono dimensioni critiche che alcune cellule si specializzano ad orchestrare le informazioni, e diventano di natura nervosa.

Ma il ragionamento fatto per l’organismo e per la cellula può esser fatto per le strutture costituenti più piccole, per organelli cellulari e molecole organiche, nonché per gli atomi e così via.
Quindi, la psiche animale, cioè la coscienza dell’organismo di ciò che succede all’organismo, può essere vista semplicemente come l’apice di una ipotetica piramide “di coscienza”, o meglio, di autocoscienza (concetto rivoluzionato in filosofia da Hegel in poi). Autocoscienza presente nella vita organica, e a rigor di logica, anche nella vita inorganica, giacché, come abbiamo visto nella prima parte, tutto il mondo osservabile è il continuo equilibrarsi tra ambienti a una data dimensione, e tali ambienti sono l’energia che si stabilizza in legame, prendendo la forma della materia, o viceversa.

Insomma, la vita è presente ovunque dall’inizio del Big bang, ed è semplicemente ciò che esiste. Semplicemente la cellula è al limite di quella dimensione dove la nostra conoscenza riconosce la vita in quanto mostra gli attributi vitali definiti dalla nostra conoscenza.
Teniamo sempre presente che ad ogni dimensione vi sono spazi e tempi, finiti e misurabili, per l’entità che ha coscienza “in” quella dimensione “di” quella dimensione. Ad esempio in una cellula gli organelli intracellulari misurano con i propri “metri” e costruiscono con metodo scientifico le fibre collagene, le proteina, il DNA, etc.
La cellula come il cristallo sussistono con logica e matematica. Logica e matematica sono il criterio, l’ordine, il senso, la direzione attraverso cui l’energia si piega in materia e viceversa la materia si dispiega in energia. Non ve ne sono altri: sono e possono essere solo ed esclusivamente quelli il criterio, l’ordine, il senso e la direzione che accadono di fatto e che una forma di  coscienza può osservare, tentare di riprodurre e anticipare.
Ad ogni dimensione, il criterio logico-matematico assume le caratteristiche specifiche di quella dimensione relative all’osservatore. E se in una data dimensione un osservatore può conoscere è proprio perché sono costituiti del medesimo impasto, secondo il medesimo criterio, ordine, senso e direzione.

Per concludere, possiamo fare le seguenti considerazioni. Come situazioni estreme, un animale, che nulla sa dei propri organi e di come funzionano, può “star male o bene” perché la sua psiche è ostacolata o favorita nel raggiungere i suoi obiettivi esistenziali (“cinque libertà etologiche” [22]). Ma tali obiettivi ricalcano proprio gli obiettivi necessari ai suoi organi interni per “stare bene”: inevitabilmente è così, perché la psiche è il prodotto finale supremo della concertazione di tutti gli organi per garantirsi conservazione, mantenimento e riproduzione. Non altro.
Un animale può “stare bene” in senso esistenziale pure con qualche suo organo che “sta male”: ma prima ne ha coscienza l’organo, poi eventualmente, superati certi limiti di malessere, ne prende coscienza l’organizzazione superiore. Questo perché l’organo è subordinato all’organismo, cioè la sua esistenza deve essere funzionale all’organismo: se l’organo “sta male”, non importa all’organismo se non oltre il limite che compromette la sussistenza e la riproduzione dell’organismo. Cosi vale ad ogni livello della gerarchia nella dimensione biologica: se l’individuo è ammalato, non crea disturbo finchè non compromette la sopravvivenza della specie. Quest’ultimo principio vige di fatto nel regno animale. Vige a rigor di logica nel regno dei quark. Eppure non vige a rigor di etica per l’uomo, ancora sbalordito di fronte al senso della sofferenza e della morte.


Qui dunque si sconfina di nuovo nell’etica, e siamo contenti alla fine del nostro ragionamento, perchè constatiamo che le nostre analisi, partite che più a monte non si può (il Big bang), tengono dignitosamente lo sguardo rivolto a quei temi fondamentali, a valle, della Medicina.








    3. Nuovi sguardi sull’Omeopatia






3.1 Il principio di similitudine omeopatico: introduzione


L’omeopatia si basa essenzialmente su un principio: il simile cura il simile (similia similibus curentur). Detto in parole semplici, una sostanza che provoca specifici sintomi a dosi tossiche nell’organismo sano, usata a dosi attenuate può eliminare quegli stessi specifici sintomi quando sorgono insieme in caso di malattia spontanea.
Ora delucidiamo le parole chiave di questa frase. Ciò è necessario per criticare più avanti alcune interpretazioni personali della fisiologia animale e della farmacoprassia omeopatica. Già da adesso comunque solleveremo nuove argomentazioni alla luce dei concetti elaborati fin qui.

Le dosi tossiche

Le dosi tossiche di una sostanza sono quelle che alterano l’omeostasi di uno o più organi. Siamo abituati a pensare a ciò che è tossico, come a ciò che altera un meccanismo fisiologico. Ora, però, possiamo ritenere che ciò che è tossico è un’entità con cui l’organismo non è in equilibrio nella sua meccanica funzionale, o nelle motivazioni di tale meccanica. Meglio ancora, un agente è direttamente tossico se inceppa un meccanismo fisiologico, o indirettamente se ostacola le motivazioni per cui sussiste un meccanismo fisiologico. Così l’ossigeno fu ed è tossico per l’ambiente intracellulare come l’aria radioattiva è tossica per sangue e polmoni. Eppure quando l’ambiente dove si trovavano le prime cellule fu in esubero di ossigeno, le cellule si sono strutturate in complessi che sfruttano l’ossigeno per raggiungere gli obiettivi biologici cellulari: conservarsi e riprodursi (si rimanda al paragrafo Evoluzione naturale). Ecco allora che ciò che è tossico non è un male diabolico. Male diabolico non è l’uranio come non lo è l’ossigeno: potrebbero magari risultare interscambiati in altre galassie dove c’è vita, perché no? Diabolico se mai è utilizzare le naturali proprietà tossiche di sostanze per distruggere ambiente o propri simili.
In modo del tutto naturale tossico significa due cose: ciò che in un ambiente è nuovo, e a cui un microambiente di tale ambiente non si è ancora esistenzialmente abituato. “Non esistenzialmente abituato” significa non aver ancora sviluppato una meccanica in equilibrio che gli permetta l’attuazione delle motivazioni vitali: sussistere e riprodursi.
Detto questo, si comprende che la tossicità è relativa non a una sostanza (un ambiente), ma al grado di equilibrio tra due ambienti (in questo caso organo e sostanza). Tale grado è caratterizzato da spazi (le quantità, cioè le dosi)  e tempi (di somministrazione, cioè il dosaggio). Tale grado ha dei limiti specifici.
Questo è un punto cruciale per comprendere i principi della questione. Facciamo solo alcune ipotesi per assurdo.
È più probabile che un uomo muoia facendogli bere 5 litri di acqua in mezzora, che non in 24 ore. È più probabile che un non fumatore muoia fumando una stecca di sigarette in 6 ore che non in una settimana.
Dire “è più probabile” significa che si fa una media statistica di dosi e dosaggi con un effetto. Ma potrebbero bastare 3 litri d’acqua nel primo caso, od occorrere una stecca e mezza nel secondo. L’adattamento richiede spazi e tempi specifici alle caratteristiche di interazione degli ambienti in questione, oltre i cui limiti l’adattamento non avviene o non ha senso sapere se avvenga o meno. Ecco perché più si conoscono gli estremi di un fenomeno, più il fenomeno è controllabile: la media serve a rappresentarlo, non a controllarlo. Addirittura in biologia lo rappresenta male: “congelandone” gli estremi si rischia di idealizzarlo, e idealizzare un fenomeno in biologia significa mistificarlo. Rappresentarlo con una media è comunque fondamentale per avere un punto di riferimento nello studio di sintesi.
Ebbene, ogni medicina sperimentale alla base si prefigge di studiare proprio questi estremi. Tuttavia. La medicina convenzionale usa (a volte tristemente inventa!) le medie statistiche per avere un traguardo nella visita medica. Le medicine non convenzionali usano (a volte tristemente ignorano!) le medie statistiche per avere invece un punto di partenza nella visita.
Con questi punti di riferimento concettuali, è ovvio che assumono altri connotati anche la salute, i sintomi, la malattia.


I sintomi


Nelle varie medicine i sintomi hanno definizioni abbastanza sovrapponibili, sennonché assumono un diverso ruolo naturale, e diverso peso nell’iter diagnostico, terapeutico e prognostico. Essenzialmente comunque rappresentano l’esternazione di un alterazione della fisiologia d’organo. Segni e sintomi sono reali ed osservabili manifestazioni di uno stato di squilibrio dell’omeostasi.
Ciò che mette in antagonismo la medicina classica e la medicina non convenzionale, abbiamo detto, sono ruolo e peso biologico dei sintomi. All’origine di tale antagonismo è l’attribuzione di un diverso grado di reversibilità e di funzionalità che un sintomo può assumere in un quadro patologico. Il limite nell’omeostasi che separa un’alterazione fisiologica da quella patologica nelle medicine non convenzionali è spesso più ampio in senso fisiologico. Un sintomo è molto più tollerato. Addirittura uno squilibrio che per la medicina classica risulta patologico e da correggere, in medicina non convenzionale in genere è fisiologico al recupero dell’omeostasi.
Il motivo per cui nelle due ottiche non si riesce a confrontare questi limiti sono, come ormai appare ovvio, i metodi di indagine. La medicina classica li confronta usando numeri, e non può che trovare ragioni. La medicina non convenzionale indaga usando i quadri stessi dei sintomi, e non può che trovare ragioni. Ma anche indagando con gli stessi strumenti, risulteranno lotte spietate concettuali finché non si distinguono gli obiettivi da misurare: se l’organo o l’organismo.
Ovunque mettiamo il limite tra fisiologico e patologico alla luce delle nostre riflessioni, il sintomo è manifestazione di una reazione dell’ambiente corporeo perturbato da uno stimolo nuovo, con cui esso può riuscire o meno, per tempi e spazi, a sintonizzarsi. La riuscita o meno definisce il patologico e il fisiologico.
La difficoltà per il medico compare nel tentativo di comprendere quando tale riuscita può avverarsi o meno, cercando di identificare gli obiettivi punti di non ritorno, in riferimento agli utilissimi paletti delle nostre qualsivoglia misurazioni.

La malattia e l’organismo sano

La malattia è più facilmente definibile nel contesto classico che, in genere, in quello non convenzionale, proprio perché i sintomi assumono ruolo e peso biologici diversi. La malattia è classicamente intesa come un quadro medio di sintomi che insorgono in modo caratteristico come effetto di determinati agenti eziologici, interni o esterni all’organismo.


In omeopatia la definizione è un po’ più delicata. Nella sesta edizione dell’Organon di Christian Samuel Hahnemann, medico vissuto a cavallo fra XVIII e XIX secolo e fondatore dell’Omeopatia moderna, si legge
Paragrafo 72:
«[…] Le malattie del genere umano sono di due classi. La prima comprende processi morbosi della forza vitale ad andamento rapido, […] chiamate “acute”. La seconda classe abbraccia malattie che spesso appaiono trascurabili ed impercettibili al loro principio, ma che, in modo a loro peculiare, agiscono deleteriamente sull’organismo vivente alterandolo dinamicamente, minacciando subdolamente lo stato di salute a tal grado che l’energia automatica della forza vitale, designata alla conservazione della vita, può farvi solo resistenza imperfetta e inefficace, sia all’inizio che durante lo sviluppo. La forza vitale incapace di estinguerle con le proprie forze, impotente ad impedire il loro sviluppo, deve lasciarsi da loro indisporre sempre più fino alla distruzione completa dell’organismo. Queste sono le malattie “croniche”, originate da miasma cronico».
Paragrafo 76:
«La Provvidenza ci ha concesso di guarire mediante l’omeopatia soltanto le malattie naturali. Ma le malattie prodotte da indebolimento per cure cervellotiche eseguite magari per anni […] dovrebbero venire eliminate dalla forza vitale stessa, purché essa non si trovi indebolita da tali pratiche dannose […]».
 Paragrafo 77:
«Il nome di malattia cronica non va dato a quelle prodotte da esposizione continuata ad agenti nocivi evitabili, da eccessi abituali nel mangiare e nel bere, e di altra specie alteranti la salute; né a quelle malattie risultanti per mancanza del necessario per vivere, dall’abitare in località malsane e eminentemente paludose; né a quelle peculiari agli abitatori di prigioni, di officine umide o di altri luoghi confinati, sofferenti per la mancanza di aria libera e di movimento, né a quelle che sono la risultante di troppo lavoro manuale o intellettuale o di continue mortificazioni e patemi d’animo ecc. Purché non esista un miasma cronico nell’organismo, tali stati morbosi, così acquisiti, spariscono da sé con regime appropriato di vita e non possono essere denominati malattie croniche». Paragrafo 78:
«Malattie croniche, vere, naturali, sono quelle dovute a un miasma cronico. Esse crescono costantemente e nonostante il regime di vita igienico sia del corpo che della mente non cessano di tormentare la loro vittima, con sofferenze costantemente nuove fino alla fine della vita, se vengono lasciate a sé senza l’aiuto di rimedi specifici. Esse sono le malattie più numerose e costituiscono la sorgente di gravi sofferenze per il genere umano. Le costituzioni più robuste, le abitudini migliori, l’energia della forza vitale, per quanto grande sia, non aiutate, sono incapaci di resistere a tali malattie (*).(*) Negli anni più fiorenti della giovinezza ed al principio della mestruazione normale, anche associando un metodo di vita igienico per lo spirito, il cuore e il corpo, le malattie croniche rimangono per molti anni nascoste. I colpiti da esse sembrano per questo agli occhi dei parenti e conoscenti come persone assai sane, come se la malattia, acquisita o ereditaria, fosse del tutto scomparsa. Essa malattia però con il progredire degli anni, per avvenimenti e circostanze contrarie alla vita, sicuramente si ripresenta e cresce tanto più, acquista un carattere tanto più grave, quanto più il principio vitale è stato scosso da passioni debilitanti, da affanni, da stenti, e soprattutto da trattamento medicamentoso disadatto».
Innanzitutto, come si riscontra in tutta l’opera di Hahnemann, l’autore si scaglia contro l’impiego di medicinali volto a contrastare la comparsa di un sintomo secondo il criterio opposto al principio di similitudine. Il principio contraria contrariis curentur, tipico dell’allopatia da Galeno in poi. Egli sottolinea come molte malattie siano il risultato proprio di terapie eseguite con questo criterio.
A mio avviso l’astio di Hahnemann non è rivolgibile al moderno utilizzo del principio allopatico. Si sa che a quel tempo i mezzi di sperimentazione erano davvero limitati. L’allopatia non era ancora scientificamente comprovata ma un’arte improvvisata. Forse Hahnemann aveva in odio il termine “allopatico” non tanto per il principio in sé, quanto per i risultati da esso scaturiti a seguito di un suo uso arcaico. Forse Hahnemann non nutrirebbe saggiamente odio per i risultati ottenuti oggi in alcuni settori della farmaceutica, che ha messo a disposizione (per quanto in pochi casi rispetto a quelli sponsorizzati) molecole in grado di compensare notevoli disturbi con minimi effetti collaterali. Pensiamo inoltre come l’uso di sicuri anestetici e antidolorifici ha contribuito ad evitare enormi sofferenze e disagi.
Hahnemann stesso nel paragrafo 67 dell’Organon parla dei casi in cui l’allopatia si deve usare: i casi acuti che mettono in pericolo di vita, nei casi in cui occorre ristabilire un vigore agli organi vitali, nei casi in cui è necessario antidotare. Quindi l’omeopata saggio non dovrebbe mai essere a priori contro l’allopatia, quella saggia, così come non lo deve essere, sempre a detta del Maestro, contro la chirurgia, quella saggia.

Ma Hahnemann va ben oltre. Vi sono una serie di malattie di origine ambientale, del tipo descritte nel paragrafo 77, che una volta instauratesi basta eliminare l’agente eziologico e senza alcuna cura l’organismo guarisce. Vi è una energia equilibratrice, la forza vitale, che tende a rimettere ordine ogniqualvolta un insulto esterno disordina l’omeostasi dell’individuo.
La forza vitale può bastare a reagire a uno stimolo di cambiamento e far guarire. Oppure non bastare, e soccombere. La forza vitale (che coincide comodamente con l’equilibrio energetico-materiale di un ambiente) può quindi non bastare.
Ma allora chiediamo al Maestro: se ipoteticamente isoliamo l’uomo da agenti perturbanti esterni, la forza vitale rimarrebbe intatta e l’organismo sano? Egli ci risponderebbe decisamente no!
Per natura, constata Hahnemann, anche non soggetta a insulti nocivi, la forza vitale perirebbe piano piano a causa di ciò che egli denomina miasma cronico: una malattia cronica costituzionale che accompagna in modo subdolo l’esistenza di ogni individuo.
Ora, Hahnemann non aveva nozioni di evoluzione naturale, genetica, virologia, quantistica. Sono state fatte fior di disquisizioni sulle accezioni di forza vitale e miasma cronico. Si è persino attribuito alla psora primaria (il miasma di fondo di ogni costituzione) il significato di peccato originale. Ben venga anche tale interpretazione, ma prima di un’accezione teologica bisogna attribuirle un significato biologico scientificamente accettabile.
Non occorrono con le nozioni moderne grossi sforzi metafisici per comprendere come il miasma costituzionale di cui parla Hahnemann sia il normale processo di invecchiamento cui l’individuo è soggetto e che l’individuo attua nello specifico sempre più marcatamente una volta raggiunta l’età riproduttiva.

L’invecchiamento è universale perché riguarda ogni uomo (come il peccato originale, certo, ma pare che l’uomo invecchiasse anche prima di esso: «Siate fecondi e moltiplicatevi», Gen 1,28). L’invecchiamento è costituzionale perché genetico, e quindi, pur nell’universalità, specifico nei tempi e nei modi per ogni individuo. L’invecchiamento è subdolo perché lento, impercettibile, continuo, come i milioni di difetti genetici che ogni giorno il nostro DNA accumula ad ogni divisione cellulare, per cui ogni giorno, a mano a mano che gli anni passano, ci ritroviamo cresciuti, cambiati, diversi. Progressivamente più acciaccati.
L’accumulo progressivo dei difetti genetici culmina nella morte dell’individuo. Detta morte è quella di cui abbiamo paura perché quella è la morte che sperimenta la psiche. Ma vi è una morte, quella cellulare, che sperimentiamo ogni giorno e non ne abbiamo coscienza. Morte che non temiamo perché non la vive la pische, eppure è l’unica causa diretta proprio di quella morte finale.
Se la psora, il miasma cronico costituzionale dell’uomo, è l’invecchiamento con tutte le sue evidenti conseguenze, la forza vitale inevitabilmente ne è succube, anzi: ne è ovviamente inversamente proporzionata.
È sorprendente come nella postilla del paragrafo 78, Hahnemann specifichi che già negli anni più vigorosi della piena maturità sessuale, il difetto e l’imperfezione della costituzione non si vede ma c’è, e comparirà di lì a poco. Secondo le moderne teorie evolutive dell’invecchiamento, i geni, nella prima parte della vita hanno funzione di sviluppo, mentre nella seconda parte sono programmati all’invecchiamento e alla morte (pleiotropismo organico)[7]. Avvenuta la riproduzione infatti, dal punto di vista della specie è molto costoso, e quindi non conveniente, mantenere indefinitamente un corpo. Perciò viene gettato una volta assolto il compito di evolvere la specie (teoria del “soma usa e getta”) [7]. Come dire… per esser santi non occorrono atti di eroismo nel morire per il prossimo: succede già naturalmente. Meno naturalmente, non lo accettiamo.
Forse questa non accettazione deriva dal fatto che la psiche umana si incanta a un senso di onnipotenza durante quella prima fase della vita che ci porta fiorendo a sentirci giovani e forti, consapevolmente e inconsapevolmente.
Consapevolmente siamo portati a crescere per realizzare direttamente o indirettamente qualcosa che possa renderci felici (“psichicamente equilibrati”), e se non lo realizziamo vogliamo comunque non far passare inosservato il nostro sforzo e comunicarlo. Inconsapevolmente invece, guardandoci da fuori e da un punto di vista ben preciso, siamo ambienti che evolvono “con” e “in” altri ambienti, e la nostra felicità persegue quindi il miglioramento di un preciso equilibrio.

Questa visione moderna della realtà dovrebbe bastare a rivalutare le definizioni di termini quali miasma psorico e forza vitale. Non per sostituirli, di nuovo, ma per integrarli, se l’obiettivo è evolvere.
Concentriamoci ora su cosa si propone di fare in concreto l’omeopatia. Come si legge nella prima parte del paragrafo 78, tutta la scienza del procedimento medico omeopatico serve a mettere a disposizione della forza vitale un aiuto contro il miasma psorico: il rimedio omeopatico.
Detto così, è come dire: la procedura omeopatica serve a preparare una sostanza che, data secondo i criteri omeopatici, evita l’invecchiamento! Ebbene, l’omeopatia per principio non è mai medicina che contrasta. L’omeopatia non evita l’invecchiamento, ma lo può guidare.

La legge della similitudine sussiste su un’osservazione riportata al paragrafo 26: «Un’affezione dinamica debole viene duramente cancellata da un’affezione più forte, se questa, differendo per qualità, le è assai simile nella sua manifestazione». Nei paragrafi successivi, dal 27 al 33, Hahnemann avanza una personale spiegazione di ciò. I rimedi esplicano cioè il loro effetto provocando una perturbazione che fa svanire quella naturale. Non la sovrasta, ma la fa svanire, in quanto fa prendere una scorciatoia al riequilibrarsi dell’individuo.
Analizzeremo tra poco con occhi nuovi il modo in cui verosimilmente si prende tale scorciatoia.

Ora invece sottolineiamo che tutto ciò, è concepibile solo abbandonando una concezione che ha accompagnato l’uomo dalle caverne fino ad oggi: che la malattia è un male, contro un bene che è la salute. Il fenomeno omeopatico è scientificamente comprensibile solo vedendo la malattia come l’interfaccia tra due equilibri che tentano di sintonizzarsi. E sono state date sopra le coordinate per vederlo.
Se così non fosse, non ci spiegheremo come e perchè la natura abbia puntato così poco sul suo essere più evoluto, l’uomo, dal momento che ancora cede a un essere così primitivo e insignificante come un virus, e vi possa soccombere nel giro di pochi giorni. Invece è proprio perché l’obiettivo in natura è stabilizzarsi attraverso equilibri in divenire, che il DNA non può permettersi negli organismi di rimanere fisso: deve mescolarsi e rimaneggiarsi continuamente. Lo fa da una generazione all’altra strapotentemente in un momento precisio (il crossino-over meiotico), ma anche attraverso certe strategie di “vagabondaggio” che noi chiamiamo virus e batteri.

L’omeopatia guida l’invecchiamento nel senso che, se ben usata, fa sì che gli squilibri naturali non prendano la strada di squilibri innaturali, sfociando negli eccessi. Da questa affermazione in poi il problema è enorme, per due motivi. Primo perchè si entra nel campo di definizioni relative, in quanto sono relative le considerazioni sull’ “eccesso”; ma ci si può sempre mettere d’accordo. Secondo, l’omeopatia ha quell’effetto se fatta bene. Impresa più unica che rara, e non solo. Su questi casi straordinari, per quanto evidenti all’universale umana ragione, pare non convenga economicamente comunque trovarsi d’accordo.

Un’ultima analisi. C’è un fenomeno evidentissimo, confermato con semplici esperimenti e conosciuto da sempre, che se analizzato con nuovi occhi come ci stiamo abituando a fare, dà man forte al nostro percorso.
Il fenomeno che rivoluziona il significato di malattia in assoluto, è quello psicosomatico, rappresentato in genere dall’effetto placebo. Distinguiamo subito la psicosomatica dalla somatizzazione. Questa ultima è un fenomeno psichiatrico per cui il paziente confonde una sofferenza psicologica con un problema fisico [24]. La malattia psicosomatica invece è una vera e propria malattia fisica, il cui agente eziologico è un disturbo emotivo [24].
L’effetto placebo è la modificazione fisiologica analoga a quella indotta da un farmaco che si suppone di aver assunto, quando nella realtà si è assunto sostanza inerte [7]. I meccanismi che scatenano l’effetto placebo quindi sono gli stessi che alla base scatenano le malattie psicosomatiche. Curioso è che la medicina classica sia molto scettica sulla psicosomatica, pur facendo i conti in ogni sua sperimentazione con l’effetto placebo.
La psicosomatica ci mette in guardia sui punti di riferimento da cui guardiamo la malattia, e ci apre nuovi orizzonti.

Abbiamo detto che il sintomo rappresenta di per sé il momento di squilibrio-riequilibrio tra ambienti. Siamo abituati quindi ad osservare che tale turbamento (il sintomo) scaturisce dall’interazione incidente tra un agente fisico, chimico o biologico (un ambiente) e il nostro corpo (un altro ambiente). Ora però le malattie psicosomatiche ci mostrano un’altra possibilità: è la nostra psiche, il nostro pensiero, la nostra emotività ad attivare tale turbamento, a dare la scossa squilibrante-riequilibrante. Quindi c’è la possibilità che l’ambiente organico stesso crei spontaneamente disordine dentro di sé. Questa prerogativa nell’animale superiore spetta alla psiche, la sede della memoria emotiva, che inevitabilmente consegue e persegue le nostre motivazioni vitali.
La comprensione di meccanismi e motivazioni che portano una malattia a instaurarsi nelle due direzioni, non più solo una, è obiettivo della Medicina integrata.
Quest’ottica è fondamentale, perché significa ambire, partendo delle leggi di un singolo ambiente biologico, a comprendere le leggi dell’equilibrio tra ambienti biologici, o tra sistemi di ambienti biologici.
Ma mi si permetta una digressione. Nella nostra trattazione si parla ormai di meccanismi e motivazioni come se fossero due facce della stessa medaglia. Suona molto male al modello classico la parola motivazione, perché la scienza vuole spiegarsi come non perché avviene un fenomeno. Eppure meccanismi e motivazioni in natura non possono che essere due lati di una stessa medaglia. Non è il caso di essere ripetitivi soffermandoci ancora sulle distinzioni che è necessario fare affrontando questo dilemma. Non è neppure il caso di essere ridondanti nel dare spiegazioni ad ovvie deduzioni. Ma per conoscere la natura di un fenomeno è inevitabile che un uomo si chieda “perché avviene ciò?”: sondare “come avviene ciò?” è l’unica strada per conoscere quel perché. Metaforicamente, il “perché” è un traguardo (innato) e il “come” è il percorso per raggiungerlo (obbligatorio).
Lo stregone primitivo somministrava una pozione, e il malato talvolta guariva: come non si sa, ma il perché era un miracolo. Ora l’urologo dà un diuretico, e il sintomo quasi sempre scompare: si sa il come, del perché conviene lasciar perdere.
La differenza tra queste due medesime azioni, è un processo conoscitivo.
Ma questo processo non nasce con le università. Questo processo cognitivo lo compie, come detto altrove, inevitabilmente e quotidianamente ogni uomo dal primo all’ultimo giorno della sua vita. L’uomo che si vanta di essere “vero scienziato” è un uomo a metà che si preoccupa solo del percorso: ciò gli basta e non vuole un traguardo. Così l’uomo che si vanta di essere “vero religioso” è uomo a metà che contempla solo un traguardo: ciò gli basta e non vuole un percorso per raggiungerlo. Ma non si senta geniale chi abbraccia l’una o l’altra visione del mondo. È una menomazione della natura umana concepire l’una o l’altra cosa come una “scelta vocazionale”. Ogni uomo è scienziato e religioso, ogni uomo è vocato ad entrambe le scelte, perché per i fini della sua esistenza deve usarle insieme e in modo interdipendente.



Le dosi attenuate 


Le dosi attenuate sono la colonna portante della terapia omeopatica. Ogni critica sollevata all’omeopatia, fondata o fittizia, è su come una dose attenuata di una sostanza possa avere effetto biologico contrario a quello della sua dose ponderale.


Il cursus studiorum di Hahnemann, passando per l’approfondimento della chimica e della tossicologia, gli permise semplicemente di osservare che ciò accadeva nei fatti.
La sperimentazione omeopatica dimostra che la metodica omeopatica non nasce da preconcetti inventati, ma da fenomeni empiricamente osservabili. Una sostanza assunta a dosi tossiche provoca specifici sintomi. Detti sintomi, quando appaiono fortuitamente con quella specificità rispondono alla somministrazione di dosi infinitesimali di quella sostanza.
Hahnemann intuì tale risposta da dati clinici di campo, a partire dall’osservazione della risposta della malaria alla china. Però una cosa è intuire la corrispondenza tra causa-effetto di un evento naturale: affinare una strategia per rendere ripetibile tale corrispondenza è un’altra!

Immaginiamo ora che in condizioni naturali vi sia una bassissima probabilità che un evento (causa-effetto) si manifesti: tanto più difficoltoso è fare osservazioni a riguardo per ricavare la legge che descrive quell’evento. Compresa la legge, immaginiamo che la riproduzione di quell’evento giochi su diverse variabili. Quanto più tali variabili sono poco controllabili, tanto più difficoltoso sarà riprodurlo.
In condizioni del genere, Hahnemann riuscì sia a ricavare una legge (della similitudine) che a stabilire un metodo alquanto affidabile per riprodurre un evento di guarigione, che denominò omeopatico.
Dico “alquanto affidabile” perché lo stesso Hahnemann rivoluzionò via via il suo metodo, e per quanto lo avesse affinato oltre ogni limite attuabile nell’arco di una vita pur longeva, sicuramente lo ritenne sempre perfettibile. Per questo Samuel Hahnemann, nato illuminista e morto da romantico in perfetta sintonia con l’epoca storica che attraversò, fu un genio.
Gli ci volle una vita intera, ma questa fu la sua impresa. Impresa di cui oggi, nonostante la tecnologia, ancora fatichiamo a goderne i benefici, per il semplice fatto che ne rifiutiamo il metodo aprioristicamente perchè stravagante.
La stravaganza è appunto la dose attenuata. Per Hahnemann significa dosi ponderali bassissime all’inizio delle sue osservazioni sulle similitudini (tra l’altro millenarie). In seguito significò dosi dinamizzate (sinonimo potenze) nell’elaborazione della sua dottrina omeopatica. Descriviamo brevemente in cosa consiste questa stravaganza. La discuteremo alla luce di nuove riflessioni nei prossimi due paragrafi.

Mentre, com’è palese, per ottenere una dose attenuata è sufficiente diluirla, per ottenere una dose dinamizzata occorre diluirla e scuoterla a lungo energicamente con contraccolpo. Hahnemann descrive minuziosamente sempre nell’Organon la preparazione di un medicinale omeopatico, tale in quanto dinamizzato (non più detto “farmaco” ma “rimedio”).
La cosa degna di nota per noi è che in tutta la procedura, dalla materia prima al rimedio finito, la sostanza naturale di base è sottoposta a vero e proprio massacro. Ore di triturazione, ore di decantazione, filtraggi, scuotimenti… fino all’esaurimento fisico! Della sostanza e di chi la prepara.
Ecco, la cosa che più ci dovrebbe incuriosire della dose dinamizzata è come tutto il processo che la ottiene tenda in un certo qual modo a fare “esplodere” la sostanza di origine. Anzi, più la si fa “esplodere” (alte potenze) per il caso adatto, più il suo effetto sarà dolce, rapido e duraturo. Come dire: più la materia è fatta “esplodere”, più incide efficacemente sul riequilibrio del suo simile energetico.

Ne abbiamo già incontrate di esplosioni. Ciò dovrebbe incuriosire.




 3.2 Il principio di similitudine omeopatico: un indizio biologico

Il metabolismo. Meccanica motivata.

Un principio di organizzazione è requisito fondamentale per la vita. Ma, abbiamo detto, non è la sua prerogativa.
La sabbia è sabbia, il diamante è diamante, il DNA è DNA perché l’equilibrio chimico di quei legami portano a quell’organizzazione dimensionale. Ciò che contraddistingue il minerale dal DNA non è la struttura organizzata, quanto la capacità di riprodursi. Capacità che presuppone evidentemente una volontà, rientrando in filosofia. Ma dire capacità significa anche dire funzione, e non si fa affatto filosofia identificando nel metabolismo la funzione vitale che distingue un cristallo minerale dal DNA. La vita può riprodursi e sussistere se vi è un metabolismo.
Certo il DNA non ha metabolismo proprio e si avvale di una molteplicità di molecole organiche per duplicarsi. Perciò la prima forma metabolica compare tramite un complesso di apparati cellulari, e riconosciamo nella cellula infatti la più piccola unità vivente.

Possiamo però fare alcune osservazioni. Possiamo infatti riconoscere che il DNA è per l’intera comunità cellulare come un magazzino di libri, e questi libri sono i progetti su cui è scritto come costruire i componenti dell’ambiente cellulare stesso trasformando ciò che si trova nell’ambiente. Penso sia logica l’idea che le prime comunità di molecole organiche che si sono trincerate dall’ambiente circostante specializzando una membrana, fossero capaci anche senza DNA di riprodursi (suonerebbe ironicamente meglio “fotocopiarsi” visto che la prima forma di metabolismo era fotosintetico). Solo quando le attività metaboliche si sono complicate hanno richiesto un deposito di nozioni, sviluppandone uno efficientemente specializzato come il DNA. Tutta la natura (non solo l’uomo, suo ultimo prodotto) fa economia in modo logico-matematico: difficile ipotizzare che specializzi una funzione prima che sia necessaria (*). Ma abbiamo anche altri indizi per ritenere che sia così.

Oggi si osserva nelle encefalopatie spongiformi che alcune proteine cellulari (PrPc) sono  convertite in proteine prioniche (PrPsc) proprio da quest’ultime. Ossia un prione PrPsc è in grado di convertire una proteina normale PrPc in prione PrPsc, e non il contrario. Da questa reazione a catena deriva l’accumulo di sostanza fibrillare nei neuroni e la loro degenerazione.
Non è dimostrato che ci sia DNA a intermediare questa reazione. Con i mezzi di indagine a disposizione nel 2008 possiamo star certi che l’evidenza è che una proteina può convertire in un’altra proteina alquanto differente, senza DNA.
Dovremmo valutare questo elemento molto attentamente. I prioni sono proteine che osserviamo nel 2000 d.C. Se i rettili 200 milioni di anni fa erano dinosauri e oggi sono lucertole, come possiamo pensare che le proteine delle prime comunità organiche, alla loro comparsa 3 miliardi di anni fa, avessero proprietà e struttura uguale a quelle odierne? Non è legittimo pensare che le proprietà di ciò che chiamiamo “proteina” siano andate modificandosi, perdendo e acquisendo funzioni nel tempo, con la plasticità che caratterizza tutta l’evoluzione? Non è legittimo ritenerlo anche per gli acidi grassi e gli zuccheri? Certo, dei dinosauri abbiamo i fossili. Ma delle molecole organiche di allora dubito ne avremo. Ma i dinosauri sarebbero stati mostri mai esistiti per l’intellettuale del Rinascimento come per noi queste proteine se mai le vedremo. Invece possiamo intuire logicamente che i prioni abbiano un retaggio di una elementare funzione, molto simile a quella delle primordiali molecole organiche che avevano un metabolismo proprio. Metabolismo che le faceva riprodurre in quelle prime comunità senza DNA. Da lì in poi, l’associazione di fenomeni chimico-fisici (come la fotosintesi) paralleli ai fenomeni di duplicazione, si sarebbero evoluti via via che l’ambiente cellulare evolveva.

Associandosi la materia-energia si struttura. L’associazione delle cose esistenti è la via attraverso cui in natura evolvono cose nuove. Come è ben descritto nei Principia Cybernetica, la facoltà del pensiero umano si sviluppa grazie ad una capacità associativa [20]. Così le prime comunità organiche. E ogni associazione a quanto pare esita in un’esplosione riequilibrante.
Se alla base il metabolismo è una via di trasformazione della materia in energia e viceversa, concludiamo che tutto l’universo ha un metabolismo. Semplicemente il metabolismo organico è motivato: è un metabolismo motivato dalla riproduzione (**).
Questa non è una ipotesi scientifica da dimostrare. Questa è osservazione di ciò che accade. La termodinamica, la statistica, la matematica, possono descrivere come ogni altro fenomeno biologico anche il metabolismo. Ma lo descrivono e basta. Come per ogni altro fenomeno biologico, conoscerlo e controllarlo significa non solo descriverlo meccanicamente, ma anche individuarne i moventi e le finalità, perché il metabolismo è per definizione motivazione.

Riprendiamo quindi dalla considerazione fatta sopra. La vita può riprodursi e sussistere perchè vi è un metabolismo. Didatticamente (senza sconfinare in DNA e in comunità di individui, i cui metabolismi sono appunto in dimensioni a noi poco o nulla empirici in senso di materia organica) nel regno animale  si distingue un metabolismo cellulare e un metabolismo dell’individuo. Nella pratica, il secondo deve soddisfare il primo, e il primo si è meravigliosamente organizzato in natura per sviluppare il secondo. Abbiamo finora, nei vari paragrafi, accennato all’evoluzione del metabolismo cellulare. Ora analizziamoli insieme.

* Si è scritto “specializzi”, non “inventi”.
** Forse, e ripeto che è ipotesi personale, tutta la materia, inorganica e organica, ha un metabolismo motivato alla riproduzione. Semplicemente si riproduce ad ogni dimensione con modalità spazio-temporali proprie. La riproduzione come noi la viviamo fa parte di un processo universale, metaforicamente, di “fioritura” di tutta la materia-energia; “fioritura” che esita nelle sue strutturazioni a noi osservabili dal Big bang in poi.
Dalla dimensione cellulare a noi, tale “fioritura” avviene con le modalità della riproduzione mitotica e meiotica. Una comunità umana (la città) si riproduce con tutt’altre modalità. Ma si riproduce.




«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…» (*)

Le tappe che dal metabolismo dell’individuo portano al metabolismo cellulare e viceversa non sono poi così tante come viene da supporre ammirando uno sopra l’altro un libro di fisiologia animale e uno di biochimica. Generalizzando, lo scopo di tutto il “movimento” che compie l’animale in un qualsiasi giorno della sua esistenza è procacciarsi il cibo (sussistere) per esser pronto all’occasione di riprodursi (2*). Ebbene lo scopo di tutto il “movimento” che avviene dentro la cellula animale durante la sua metaforica giornata è procacciarsi il cibo per esser pronta all’occasione si riprodursi. Non cambia assolutamente nulla.
Nutrirsi è il mezzo per raggiungere gli scopi di tutta la natura animale (mantenersi per riprodursi) che a sua volta è l’unico modo per creare qualcosa di nuovo, meglio adattato, più in equilibrio con l’ambiente.
Tutto il processo di nutrizione, la digestione del cibo e il suo metabolismo biochimico, mettono in luce come l’animale è “in” un ambiente “in cui” vive. Ma questa visione deriva osservando da un punto di riferimento preciso: l’animale stesso, e per noi viene facile, perché noi lo siamo. Ma da un punto di riferimento quel tanto lontano nel tempo e nello spazio da osservare tutto ipoteticamente dall’esterno, si vedrà facilmente che l’animale “è” l’ambiente “di cui” vive.
Nei vermi (i Protostomi: pseudocelomati come i Nematodi, od eucelomati come gli Anellidi [1]) compare una prima sofisticata forma in natura di apparato digerente animale: un tubo di cellule attraverso cui passa semplicemente terra o acqua a seconda che siano terrestri o acquatici, e sempre semplice terra o acqua è ciò che esce dal loro ano. In questo percorso terra ed acqua si depauperano di sostanze che servono per il metabolismo delle cellule che costituiscono tutto il verme.
Nessun paragone metafisico con il verme (3*), ma nelle nostre anse intestinali entra la stessa medesima cosa. Entra terra appena un po’ più “strutturata” in frutti e vegetali, e frutti e vegetali appena un po’ più strutturati in prodotti di origine animale. Ed esce poi quella cosa che, forse unica in natura, infastidisce in un solo colpo tutti i sensi umani, ma senza la quale la terra non sarebbe terra ma sabbia, e dalla quale non uscirebbero più frutti e vegetali.
L’animale quindi è terra che si struttura, organizzata e motivata a delle funzioni. Già questa è una verità non solo scientifica ma anche religiosa. Da qui allora si dovrebbe partire per capire, in senso culturalmente universale, e non più in senso o scientifico o religioso, cosa organizzi e motivi tutto il movimento che compiamo nell’arco della giornata.

Proviamo a fare alcune osservazioni metafisiche, ovviamente partendo da quelle fisiche. Proviamo a vedere al di sopra della distinzione zoologica tra “omologia” [1][8] e “analogia” [1][8] d’organo, troppo relativa a punti di osservazione a noi troppo vicini (i criteri tassonomici zoologici). Aldilà di analogia tra ali d’insetti, di uccelli e di pipistrelli, e di omologia tra pinne di mammiferi acquatici e arti di mammiferi terrestri, si può benissimo osservare come un organismo superiore integri forme e funzioni di un organismo inferiore. Una forma corrisponde sempre a una funzione, aldilà di analogie e omologie. Così in natura ha preso forma il verme, primo animale che filtra di continuo il terreno e la cui funzione vitale più specializzata è l’assimilazione continua e diretta dei principi nutritivi. Le anse intestinali degli animali superiori, specializzate per lo stesso compito, da lì in poi hanno proprio la loro forma. Addirittura in una simbiosi mutualistica vermi e anse intestinali formano, in alcune specie di mammiferi erbivori ruminanti, un unico ambiente più efficiente per la funzione digestiva [28]. La simbiosi parassitaria saprofitica quindi, che appare un normale “male”, altro non può essere che un tentativo inceppato di evoluzione a quella mutualistica, come è inevitabile che succeda nell’evolvere un equilibrio. Così in natura ha preso forma l’artropode, primo animale con appendici evolute a forma di leve per spostarsi e afferrare oggetti anche più grandi di lui, e le estremità delle appendici degli animali superiori hanno proprio quella forma.
Guardando all’essenza, ogni forma naturale è la forma di equilibrio energia-materia più adeguata in una dimensione per assolvere una funzione.

L’equilibrio dell’habitat terrestre ha portato alla formazione prima del metabolismo vegetale, che immagazzina energia in materia, e in seguito del metabolismo animale, che dissipa la materia in energia. Il movimento distingue il vegetale dall’animale. Fermo e “freddo” il primo, che deve materializzare l’energia. In movimento e “caldo” il secondo, che deve energizzare la materia. Senza dimenticare che tutto è in continuità nei loro metabolismi. 
Ora, “energizzare la materia” in teoria è una neolocuzione per la lingua italiana. “Energizzare la materia” in pratica invece è ciò che avviene in ogni individuo animale in tutto il pianeta ogni giorno. Ma “Energizzare la materia” è anche il pane quotidiano, sia in teoria che in pratica, di chi tenta la medicina di Christian Samuel Hahnemann.


È arrivato il momento di citare le riflessioni del premio nobel per la medicina e fisiologia (1973) Konrad Lorenz, nonché fondatore dell’etologia moderna con i suoi studi sull’imprinting specie-specifico. Le sue osservazioni vale la pena davvero riportarle tal quali in questa sede, e faranno da congiunzione tra i concetti finora espressi e quelli che elaboreremo.
In un manoscritto compilato tra il 1944 e il 1948 durante la sua prigionia in un campo di concentramento sovietico in Armenia, nel capitolo “Premesse filosofiche”, esaminando le speculazioni ora di Immanuel Kant ora di Johann Wolfgang Goethe, Lorenz afferma:

«Un mondo reale, multiforme, variopinto. Un mondo costituito di materia indistruttibile ed energia indistruttibile. Un mondo con un qualcosa dietro le nostre forme conoscitive dello spazio e del tempo. Questo mondo è esistito per un tempo infinito, prima che un cervello organico tentasse di abbozzare, con le sue capacità strettamente limitate, un’immagine grossolanamente semplificata di tale mondo. Prima che un cervello organico fosse in condizione di capire nelle similitudini, nelle “cifre” dello spazio e del tempo, della sostanza e della causalità, il “rapporto” su questo mondo che ci viene trasmesso».

«[…] è il confronto di cose reali con cose reali nel corso di miliardi di anni, che ha dato a ciascun organo di ogni essere vivente esattamente quella e non altra forma. Naturalmente in questo confronto anche gli organismi hanno in qualche misura piccolissima influenzato e cambiato il mondo inorganico».

«In generale la materia organica che ricopre il nostro pianeta come una sottile “pellicola di muffa” nella sua dura battaglia con le spietate leggi della natura inorganica […]* ha dovuto adattarsi a queste leggi e ha potuto svilupparsi solo in forme tali da rendere il singolo organismo capace di sostenere questa dura lotta per l’esistenza».
«[…]*leggi che sono incomparabilmente più vecchie della creazione organica, che operano indipendentemente dall’esistenza o meno dell’organico, e che governano la materia organica altrettanto che quella inorganica».

«L’acqua del mare ha battuto le sue onde per milioni di anni, e a tuttoggi continua a farlo, prima che delle pinne cominciassero a solcarla. […] Quando hanno avuto origine le prime pinne, che grazie alla loro forma sono capaci di fendere l’acqua, tale forma è stata determinata da peculiarità che l’acqua ha sempre avuto e sempre avrà, indipendentemente dal fatto che esistano pinne che si confrontano con queste peculiarità»

«Il sole ha continuato a splendere per miliardi di anni, come oggi pure fa, prima che degli occhi ne intercettassero i raggi. […] Quando hanno avuto origine gli occhi i quali grazie alla loro struttura sono capaci di riunire raggi solari sulla loro retina, tale struttura fu determinata dalle leggi dell’ottica cui i raggi luminosi erano state e sempre saranno soggette, indipendentemente dal fatto che esistano occhi capaci di intercettarli oppure no»

«Già un organo la cui prestazione per la conservazione della specie non consiste nel ricopiare le cose reali, ma in un confronto puramente meccanico con una di esse molto precisamente determinato, attraverso l’adattamento alla sua prestazione diventa sempre in un certo qual modo un’ immagine di quella cosa, la sua controparte “contrappuntistica” per dirla con le parole di Jakob von Uexkull. La forma dell’organo è in un certo senso il negativo. Lo stampo degli immutabili dati del mondo esterno inorganico nella matrice plastica della sostanza organica».

«Così la pinna del pesce, nella sua forma e ancor più spiccatamente nel suo movimento, è immagine dell’onda. Lo zoccolo del cavallo è altrettanto uno stampo del terreno della steppa […]. La stessa cosa vale, forse ancor più immediatamente, per gli organi sensoriali, la cui prestazione per la conservazione della specie è riprodurre determinati dati della realtà extrasoggettiva. L’analogia fra l’organo adattato alla specifica prestazione di riproduzione del reale, e il reale da riprodurre, si spinge qui anche oltre. «Se l’occhio non fosse simile al sole, non potrebbe mai guardare il sole» così Goethe non sbagliava nel vedere che nella sua forma a palla, nella struttura a raggiera dell’iride, l’occhio è un piccolo “controsole”, e nella funzione del cristallino e nella retina uno stampo contrappuntistico di quelle eterne leggi cui i raggi luminosi obbediscono».

«[…] le strutture di ricopiatura del mondo, che caratterizzano il nostro sistema nervoso centrale sono in un rapporto di analogia nei confronti della natura del ricopiato […]»



* Così canta il cantautore italiano Fabrizio DeAndrè nella sua canzone Via del campo.
2* Per l’uomo, che ha qualcosa in più e non qualcosa di diverso rispetto agli animali, poco cambia se non che può trarre, dal fare ciò, un’allegria appena superiore alla pura gratificazione sensoriale degli animali. Un’allegria cioè etica, comunemente detta felicità. Ma nella sua Storia l’uomo ha sempre riflettuto sulla felicità partendo dal punto di arrivo della sua natura (Dio) e non dal punto di partenza della sua natura (gli animali). Per questo oggi (da due secoli a questa parte) tutto lo scibile, scientifico e religioso, sta e deve essere rivalutato.

3* «Avete percorso il cammino dal verme all' uomo, e molto in voi ha ancora del verme. In passato foste scimmie, e ancor oggi l' uomo é più scimmia di qualsiasi scimmia». FW Nietzsche , 'Così parlò Zaratustra'.



Il metabolismo dell’organismo “immagine” di quello  cellulare.

Addentriamoci quindi nella compenetrante relazione tra metabolismo delle cellule e metabolismo dell’organismo.
La cellula per vivere, alimenta il proprio metabolismo con glucidi (zuccheri), protidi (proteine), lipidi (grassi), minerali e vitamine, acqua e ossigeno. Essi costituiscono la cellula. La cellula fa richiedere all’organismo che costituisce, inevitabilmente glucidi, protidi, lipidi, minerali e vitamine, acqua e ossigeno. L’animale infatti non sa cosa essi siano in sé, ma sa di poter sussistere per riprodursi solo se si nutre di certe “cose”. Queste “cose” (gli alimenti) inevitabilmente contengono ciò che è richiesto dalla cellula. Questo quindi è un dato di fatto osservabile: se mai un organismo superiore ha desiderato nell’evoluzione specificamente un certo nutrimento, è perché le cellule che lo costituiscono nello specifico lo richiedono. Si può di nuovo osservare quindi che la coscienza di un organismo superiore è propriamente un livello superiore di una coscienza “della natura” che impregna tutto ciò che ha desiderio, volontà, motivazione a riprodursi.
La cellula “sa” di necessitare per vivere di specifiche molecole organiche e inorganiche, mentre l’animale sa (qui non occorrono virgolette) che necessita per vivere di carne, vegetali e frutti. Ma il processo metabolico è il medesimo.
Proseguo dopo aver sottolineato che nel metabolismo è l’origine di ogni malattia (*). Gli alimenti, a questi due diversi livelli, non contengono solo parti nutritive per la cellula o l’organismo, ma anche altre che alla cellula o all’organismo non servono. Non solo, contengono anche parti che possono impedire la loro vita come abbiamo già descritto: direttamente inceppando i meccanismi, indirettamente ostacolando le motivazioni di tali meccanismi. Non solo, ma i residui stessi del metabolismo di tali alimenti danno questi impedimenti. Queste parti quindi sono quelle precedentemente definite tossiche. Parti cioè che destabilizzano, con cui il processo metabolico non è in equilibrio per le sue finalità. Parti che il processo metabolico non ha tempo e spazio a disposizione per aggiustarle in un nuovo equilibrio (**). Tutte queste caratteristiche mettono in luce quanto carico di finalità è il processo metabolico, dall’inizio alla fine.

Animali e vegetali differenziano il metabolismo non per sussistere ma per riprodursi. Entrambi per sussistere si autocostituiscono dando mattoni al proprio cantiere metabolico per costruire le proprie parti. Per riprodursi invece la pianta deve fissare energia, l’animale sprigionare energia. Infatti piante e animali sono “nuovi ambienti” formatisi per equilibrare luce, ossigeno, carbonio e idrogeno. Il metabolismo vegetale fissa l’energia (fotoni) in materia (carbonio organico), il metabolismo animale scinde la materia (carbonio organico) in energia.

Ma se la pianta fissa fotoni, l’animale forse sprigiona fotoni?
L’animale, abbiamo detto sopra, si differenzia dalla pianta perché è in “movimento”. Per movimentare le sue fibre muscolari lisce e striate “brucia” (ossida) combustibili organici (altamente ridotti, per eccellenza il glucosio). La singola cellula in questo processo metabolico esoergonico, e nell’insieme tutte le cellule muscolari con la loro funzione meccanica, disperdono calore, cioè energia termica. Inoltre tutta questa energia meccanica a monte deve essere azionata da un’energia elettrica, che origina dal metabolismo cellulare nervoso. L’energia elettrica prodotta non serve solo per azionare muscoli, ma anche per coordinare tutti i tessuti, e controllare i loro stessi metabolismi. Quindi, dall’insieme di queste fonti elettriche, per leggi note ormai da duecento anni, l’organismo emana un campo elettromagnetico.
L’animale per riprodursi con il proprio metabolismo libera energia meccanica, energia termica, energia elettromagnetica.
Queste all’uomo risultano forme di energia. Ma lo sono perché noi percepiamo da un punto di osservazione relativo, con precisi spazi e tempi di riferimento. Ma l’energia sappiamo che è una sola in natura, e senza averla mai vista. La sola e banale osservazione empirica che “il diretto e unico effetto di un alimento (materia) ingerito da un animale causa movimento (energia)” dovrebbe bastare a dimostrare che il metabolismo animale attua la famosa equazione E=mc2.

Ora non ci soffermeremo all’energia meccanica: essa è una grossolana forma di energia, perché per manifestarsi ai nostri sensi come forma ha bisogno di occupare in toto spazi e tempi (il movimento). Non ci fermeremo neppure a quella termica, che confonde palesemente la nostra percezione di caldo-freddo con la caratteristica intrinseca del calore (oggettivamente sempre uno stato di movimento particellare, che però sfugge agli spazi e tempi dei nostri sensi).
Guarderemo oltre, guarderemo proprio al nostro campo elettromagnetico. Guarderemo ai fotoni. Qui si arriva proprio alla fine dei nostri schemi mentali, e spazi e tempi sono difficili da misurare. Proprio qui c’è talvolta l’inizio della nostra arroganza intellettuale, che non vuole riconoscere scientifico ciò che risulta relativo fuoriuscendo da spazi e tempi grossolani. Manifesto dell’omeopatia è :«Non esiste la Malattia ma l’ammalato, non esiste l’Omeopatia ma l’omeopata». L’omeopatia è a tutti gli effetti una medicina scientificamente relativa. Osserviamo come.


* Anche una malattia da alterazione genetica, con acquisizione (gain-of-function) o perdita (lost-of-function) di informazione, ha per forza di cose un agente causale che la effettua. Tale agente causale risulta casuale fino a quando non si conosce la causa della causa.


** Le modificazioni strutturali del cibo apportate dalle moderne tecnologie di produzione e trasformazione degli alimenti sono, in base a questo medesimo principio, principale causa delle sempre più diffuse intolleranze e allergie alimentari.



L’energia della digestione. L’energia nell’omeopatia. Il “simile” in tutto ciò.

Siamo arrivati al nucleo della trattazione. Prendiamo in esame dunque l’energia elettromagnetica sprigionata dal sistema nervoso animale. Detta energia è il prodotto fisico dell’attività nervosa vegetativa e psichica dell’animale.
Abbiamo visto che le piante altro non sono che organismi in grado di compattare i fotoni della luce in legami materiali. Gli organismi animali invece fanno il contrario: scindono la materia in energia. Ma, negli animali, prima che dal cibo si arrivi al glucosio che trasmette indirettamente energia all’ATP, e da questa al lavoro elettrico e meccanico, ce n’è di strada!

L’animale ingerisce materia “pura”: il cibo. Lo sottopone a una masticazione che è una triturazione a volte molto notevole come nei Primati, per la quale la materia da solida diviene poltigliosa. Dopo la deglutizione tale poltiglia è ancora fisicamente sottoposta all’azione meccanica dello stomaco, simile a una “centrifuga”, e dell’intestino che “setaccia” per ore tutto l’ingerito facendolo venire tutto a contato con la sua superficie assorbente. Contemporaneamente vi è un’azione chimica, perché questi organi secernono tutta una sequela di sostanze diluenti, destrutturanti e captanti per facilitare questa pura e semplice demolizione della materia “cibo”. Ovviamente, la fase finale di questa macroscopica destrutturazione, è un residuo materiale da cui l’animale non può più trarre alcuna delle forme di energia viste sopra.
Fermiamoci e osserviamo cosa succede macroscopicamente fin qui. Anche senza alcuna preparazione culturale, si nota l’ovvia consequenzialità di causa-effetto: da materia (il cibo) l’animale ricava energia (quella vitale*). Evidentemente è una pratica magica vista così, senza alcuna preparazione culturale.

Ebbene, la farmacoprassia omeopatica, vista così, senza alcuna preparazione culturale, è una pratica magica come lo è tutto il processo digestivo animale: il farmaco, sostanza materiale, è sottoposta alla stessa destrutturazione attraverso atti fisici (triturazioni e succussioni) e chimici (diluizioni in veicoli con attività diluente ed estraente2*). L’animale non ha mai letto un libro di biochimica, ma mangia ciò che lo fa muovere, non altro, e se ciò che mangia e non altro lo fa muovere, è perché gli è inevitabilmente energicamente simile.

Con un po’ di preparazione culturale invece, consentita da mezzi di osservazione che vanno oltre i nostri occhi, si può indagare su questa magia. Si constata allora che tutta la digestione è in realtà la fase preparatoria di una “propriamente detta” destrutturazione della materia in energia, dentro la cellula. Alla stregua di tutte le antiche città che sorgevano in prossimità dei fiumi o vicino alle coste del mare, perché da essi traevano nutrimento ed attraverso di essi comunicavano, così, ovviamente3*, gli agglomerati cellulari hanno creato un sistema “fluviale”, il circolo sanguigno, per assurgere nutrimento e comunicare (azioni chiaramente interdipendenti). Ad ogni cellula deve arrivare “cibo” per il proprio metabolismo.
Metabolismo aerobico o anaerobico, poco cambia. L’ossigeno, con cui abbiamo visto bisognava equilibrarsi, ha permesso semplicemente di sviluppare un sistema (noto come ciclo di Krebs) più efficiente della sola glicolisi anaerobica nel convertire energia. Di nuovo, sottolineiamo che detto ciclo è integrazione della glicolisi anaerobica, non sostituzione. Poco cambia perché, in aerobiosi o in anaerobiosi, alla fine viene ossidato un substrato organico (una molecola altamente ridotta) e da tale ossidazione viene liberato un potenziale ossido-riducente. L’energia liberata da tale potenziale permette all’adenosin-difosfato (ADP, molecola organica che lega due atomi di fosforo) di legare un terzo atomo di fosforo divenendo adenosin-trifosfato (ATP, molecola che lega tre atomi di fosforo). Nell’ATP quindi l’energia immagazzinata in questo terzo legame con il fosforo è facilmente erogabile per altre reazioni vitali. Tutto il metabolismo cellulare di tutte le cellule del nostro corpo ruota attorno alla comparsa-scomparsa di questo terzo legame instaurabile con il fosforo. Forse non c’è poi da stupirsi più di tanto se Phosphorus preparato omeopaticamente ha effetto su una enorme varietà di sintomi (squilibri energetici).

I principi nutritivi, dalla mucosa intestinale in poi, sono quindi alla portata del metabolismo di quasi tutte le cellule dell’organismo. Quasi tutte, perché il sistema nervoso è molto selettivo nella scelta dei principi nutritivi, mettendo a punto una specie di seconda mucosa intestinale che deve assorbire il necessario e fare da barriera al superfluo, o al “tossico”: la barriera ematoencefalica. Inoltre, tutto il sangue che viene dall’intestino deve essere “timbrato” dal lasciapassare del fegato, vero e proprio cantiere metabolico, dove, tra le tante vitali funzioni, vi è quella di immettere nel sangue sempre la minima quantità necessaria al tessuto nervoso centrale di glucosio o corpi chetonici, unici “carburanti” da esso utilizzabili.
Tutto ciò significa che per dare origine ad un campo elettromagnetico il sistema nervoso richiede ulteriori importanti elaborazioni del cibo digerito. Elaborazioni che esistono e sono evidenti, e che conosciamo impropriamente con la fisica newtoniana e non quantistica. Non scordiamo che un legame chimico è semplicemente energia che si materializza, e ogni loro elaborazione significa raffinare l’energia in essi contenuti.
Ecco dunque che per produrre quel campo elettromagnetico c’è bisogno di combustibile molto raffinato. Se considerassimo un parallelismo con petrolio e derivati: il petrolio grezzo difficilmente si infiamma, il diesel è ancora troppo grossolano, la benzina si presta meglio e l’alcool ancora di più. Eppure si parte sempre da petrolio, e quel che fa la differenza è l’elaborazione. Così in omeopatia, si parte dalla stessa materia grezza, ma più si avanza con potentizzazioni (diluizioni e dinamizzazioni), più viene raffinata in legami facilmente energizzabili.
Si fa fatica ad accettare questo parallelismo perchè siamo al limite di quella dimensione dove noi possiamo distinguere il legame, cioè la materializzazione dell’energia.
In omeopatia, ipoteticamente, indaghiamo in un punto dimensionale lontano dai legami chimici dei derivati del petrolio (che possiamo raffigurare cartesianamente) e vicino ai legami chimici che legano i quark in un protone (che non possiamo raffigurarci, ma potremo quantisticamente analizzare).

L’ultima considerazione prima di trarre qualche conclusione. Osserviamo la dinamica spazio-temporale (cioè il moto) di tutto il fenomeno metabolico, dall’inizio (assunzione dell’alimento) alla fine (disposizione di energia vitale4*). Quindi:
1) la ricerca e la selezione del cibo
2) la sua assunzione e la sua digestione
3) la metabolizzazione
4) l’azione psico-motoria
Un animale in natura impiega decine di ore per compiere la fase 1). Impiega due o tre ore per la fase 2). Impiega minuti per la fase 3). Impiega frazioni di secondo per la fase 4).
Tutto è in accelerazione. Simmetricamente, il processo inverso nelle piante (dalla fissazione dei fotoni alla formazione dei frutti) è in decelerazione.
Sono moti che non potevano che riflettere l’andamento che la strutturazione della materia in energia e la destrutturazione dell’energia in materia hanno nell’universo fisicamente esplorabile.

Quali conclusioni si possono trarre da queste osservazioni?
Peter Mitchell per primo ha formulato la teoria chemiosmotica della fosforilazione ossidativa mitocondriale [27]. Questa teoria spiega come il passaggio di elettroni e protoni, in direzioni opposte attraverso le membrane mitocondriali, crei un potenziale elettrochimico da cui si libera l’energia necessaria all’ATP-sintetasi per la fosforilazione di ADP in ATP.  Questa teoria fu confermata da vari esperimenti, e valse a Mitchell il premio Nobel per la chimica nel 1978 [27]. Secondo Boyer invece tale energia serve per staccare l’ADP e l’ATP dall’enzima [27], e l’energia che fa la differenza tra ADP e ATP rimarrebbe incognita.
Comunque sia, oggettivamente quell’energia c’è. Un’energia molto piccola, rinchiusa e liberata in quel legame molto “malleabile”. Ma se si pensa al flusso energetico “reale” mediato da questi legami, in tutto il metabolismo cellulare, di tutte le nostre cellule, in ogni singolo “loro” istante esistenziale… allora l’immagine che scaturisce è di un’energia in ballo non proprio piccola, e forse non così semplicisticamente rappresentabile da una “lineetta” che indica “un legame in più”.

Il punto è che tutto questo flusso energetico noi non abbiamo i recettori per percepirlo, ma possiamo osservarlo. Possiamo osservare questo flusso, con cognizione di causa-effetto, in ciò che conduce un banale alimento a divenire ogni nostro banale movimento o pensiero. Possiamo osservare ciò e comprendere che siamo noi stessi in toto recettore, in toto trasduttori e in toto mezzo di emanazione di questo flusso. Siamo in toto “recettori” di specifico materiale da ingerire a cui siamo affini, il cibo; ne “trasduciamo” i legami materia-energia attraverso la lunga e accelerata diluizione e dinamizzazione attraverso il metabolismo macro- e microscopico; ne emaniamo l’informazione (la nostra azione) attraverso la nostra forma (il nostro essere costituito di cibo nello spazio e nel tempo).
Vale la pena sottolineare che costituzione (forma) e azione (informazione) sono univoci come la materia e l’energia: ad esempio, il linguaggio umano è “materializzato” nell’encefalo, l’encefalo si “energizza” nel linguaggio (onde elaborate, ora sonore ora elettromagnetiche).
Solo a questo punto della trattazione, chi muove obiezioni sulle incertezze dell’omeopatia, vedrà obiettate invece le proprie certezze. Perché il dato di fatto logico e matematico di tutta la realtà osservabile, e di cui siamo parte, è proprio questo flusso energetico-materiale che si struttura e destruttura. Tutta la disputa tra ciò che è scientifico e non scientifico invece è ancora troppo fondata su analisi troppo superficiali, ferme alle definizioni di organico e inorganico, di pura materia e pura energia.

Non si comprende come mai è scientifica l’energia che passa dall’ADP all’ATP, che nessuno ha mai vista ma se ne vede l’effetto, mentre non è scientifica l’energia che passa da una qualsiasi molecola di un farmaco ad un’altra qualsiasi molecola di un veicolo farmacologico, che al pari nessuno ha mai vista ma se ne vede l’effetto.
Non si comprende come una sostanza possa esprimere un’informazione “chimica” ad una dimensione e non possa esprimere un’informazione “energetica” ad un'altra dimensione, quando abbiamo obiettivamente constato che materia ed energia sono univoche in ogni dimensione, ciò che passa è l’informazione di una forma, e dire “chimico” o “energetico” è relativo a un punto di osservazione.
Non si capisce cioè come il farmaco possa avere un quadro di effetti terapeutici o tossici che manifesta in seno a quella dimensione della sua struttura energetico-materiale (quella chimica), mentre quella medesima sostanza non possa avere un quadro di effetti terapeutici o tossici ad una dimensione dove assume altra struttura energetico-materiale, solo perché per noi non è più raffigurabile.
Sopra tutto, non si comprende come mai la natura, che per fendere l’onda ha creato la pinna che le è simile, che per dominare la luce del sole ha creato l’iride che gli è simile, ebbene per fendere e dominare gli squilibri della salute (“l’energia vitale”) abbia creato qualsiasi cosa, o anche nulla, purchè non sia il simile di quello squilibrio.

Il legame tra la logica dei concetti introduttivi sull’evoluzione e la logica del principio di similitudine omeopatico, ci pone davanti alla meraviglia della natura, che è il suo divenire. Metaforicamente, il divenire dell’evoluzione della natura è costituito alla radice da uno squilibrio, e all’apice, a far da frutto, da un equilibrio. L’equilibrio, il frutto, sussiste inevitabilmente sull’immagine dello squilibrio, la radice. Tale equilibrio è temporaneo, perché il divenire si sviluppa nel terreno dello spazio-tempo, e qui cadendo il frutto si “rompe”, si squilibra, perché viene a contatto con altre forme, altri frutti di quell’estensione spazio-temporale. Il risultato è l’origine di una nuova radice, sommatoria del frutto e del terreno. Il frutto della nuova radice sarà un frutto nuovo, simile al precedente, ma non uguale, perché integra il vecchio equilibrio nel terreno della nuova dimensione.
Così, non è incerto che una sostanza in due dimensioni diverse, ma vicine, portino informazioni energetico-materiali che sono immagine l’una dell’altra, proprio perché su tale immagine sussiste l’evolvere della loro struttura. Anzi, potremmo ritenere che sono gli effetti della sostanza farmacologia ponderale l’ “immagine” di quelli indotti dalla sua preparazione omeopatica, proprio perché più strutturati. E infatti gli effetti della sostanza ponderale sono sempre più netti e numericamente inferiori agli effetti del corrispettivo omeopatico.
L’incertezza quindi non deve ruotare intorno al fatto che l’omeopatia funzioni o meno. Non è incerto questo. Che funzioni è osservabile, logico e matematico. L’incertezza invece che c’è e ci sarà sempre ed è enorme, è quella che ruota intorno alla capacità dell’omeopata di farla funzionare.
 





*tipica accezione omeopatica che in questo contesto non troverà connotati magici ma puramente biologici.

2* delle proprietà di alcool e acqua deionizzata, così come delle molecole attive nella digestione, non sappiamo che vagamente una minima parte.

3* È ovvio perché lo si legge con la banale osservazione. Ed è ovvio dopo tutta la nostra disamina semplicemente perché in natura quello descritto è l’equilibrio migliore dell’uno materia-energia strutturatosi a livello di queste due dimensioni osservate (tra loro e a noi così “vicine”).

4* l’energia vitale non è quella che oscilla tra ADP e ATP, che ne è una tappa. L’energia vitale è l’effetto totale dell’assunzione di alimento: tale effetto è l’energia dell’azione fisica, che comprende quella cerebrale e quella dell’omeostasi basale (conservata anche durante il sonno e che differenzia il sonno dalla morte).





3.3 Il principio di similitudine omeopatico:
un’interpretazione  quantistica


Si è detto poco fa che la sola e banale osservazione empirica di causa-effetto tra ingestione di alimento (materia) e produzione di movimento (energia) dovrebbe bastare a dimostrare che il metabolismo animale attua la famosa equazione E=mc2.
Ma il cibo non corre lungo le anse intestinali alla velocità che la luce ha nel vuoto!


Qui non ci sono competenze per una disamina di fisica quantistica. Mi soffermo solo su alcuni concetti fisici per interpretarli alla luce dei fenomeni biologici.

L'equazione illustra come l'energia massima ottenibile da un oggetto è equivalente alla massa dell'oggetto moltiplicata per il quadrato della velocità della luce [29].
E=mc² si applica a tutti gli oggetti materiali, dando per assunto che la massa sia una derivazione dell'energia o viceversa, e che sia possibile convertire dall'una all'altra. La sua applicabilità agli oggetti in movimento dipende dalla definizione di massa usata nell'equazione [29].
Nella fisica moderna, però, la massa è assoluta e l'energia è relativa. Perciò, tecnicamente, la massa non è energia, e l'energia non è massa. La formula in questione rappresenta la conversione possibile tra massa ed energia, quando l’oggetto osservato non è in moto. Infatti un corpo a riposo ha ancora dell'energia sotto forma di massa, al contrario di quanto proposto dal sistema newtoniano secondo il quale un corpo libero fermo non ha energia. Per questa ragione la quantità mc2 è a volte chiamata energia a riposo del corpo. L’energia E della formula può essere vista come l'energia totale del corpo, che è proporzionale alla sua massa solo se il corpo è a riposo [29].
Di solito questa formula si applica ad un oggetto che non si muove secondo ciò che è possibile osservare rispetto ad un dato sistema di riferimento. Ma lo stesso oggetto potrebbe essere in moto per un osservatore solidale ad un altro sistema di riferimento. In questo caso, per quest'ultimo osservatore, l'equazione non è applicabile [29].


Nelle premesse fatte al paragrafo 1.1 e 1.2 invece noi abbiamo constatato che materia ed energia coincidono in virtù di un moto, intrinseco all’unità materia-energia, e che ha come estremi, per noi osservatori, il fotone e la materia inerte. Ora, se numericamente c equivale alla velocità della luce nel vuoto, m è la massa inerte, E è l’energia, le domande che sorgono sono queste: energia in quale forma? Energia pura? Qual è l’energia pura? E la massa inerte di un kg d’acqua ha forse la stessa energia a riposo della massa inerte di un kg di quell’acqua ghiacciata?

Le asserzioni suddette: «la massa è assoluta e l'energia è relativa. La massa non è energia, e l'energia non è massa. La massa è una derivazione dell'energia e viceversa, ed è possibile convertire dall'una all'altra» dimostrano contraddizioni concettuali (astratte, non reali) evitabili vedendo materia ed energia come esattamente la medesima entità relativa ad una loro estensione spazio-temporale che è oggettiva. Come dire che è soggettivo il colore verde ma oggettiva la lunghezza d’onda di tale colore. Come dire che è soggettiva la nota sonora LA ma oggettiva la sua frequenza sonora di 440 Hz. Ossia, ripetendo le premesse del primo capitolo, è oggettivo il numero e relativa la misura della realtà quali-quantitativa di un oggetto.

Ritornando quindi alla realtà osservabile, il fotone è un quantum energetico-materiale “limite” che possiamo indagare. Si libera da un atomo quando un elettrone passa da un orbitale energetico superiore a uno inferiore. Sono inevitabilmente fotoni allora che fanno la differenza tra ADP e ATP nel legame con il fosforo, e ciò che rende vitale biologicamente la cellula non è la presenza di molecole fosforo, ADP, ATP, ma il flusso di energia che prende forma in quei legami. La vita è ciò che muove e si muove, è energia, e la materia è semplicemente la forma attraverso cui essa si rappresenta in una dimensione, noi compresi. Sono la stessa entità primordiale (materia-energia) in continuità di flusso, di movimento; flusso per noi “relativo” (come forma materiale o energetica) ma costituito di uno spazio-tempo per noi “oggettivo” (raffigurabile in un numero).

Se le cellule vegetali fissano i fotoni, per forza di cose le cellule animali liberano fotoni. Non abbiamo i recettori per captarli dalle nostre cellule, ma inevitabilmente in esse liberiamo fotoni. Facciamo luce. Luce convertita in altre reazioni che portano all’emanazione anche di un campo elettromagnetico, quello sì, identificabile e identificato.

Anche queste immagini risultano cariche di toni religiosi non indifferenti. Ma la cosa romanticamente evidente è che materialmente la Terra è materia inorganica del Sole, e la vita biologica prende forma dall’incontro di questa con la medesima diretta energia del Sole. La materia organica appare quindi la strutturazione di un equilibrio tra materia “pura” ed energia “pura” (“pura” relativamente al punto di osservazione dell’osservatore organico, cioè l’uomo).

Se a questo punto la materia e l’energia sono relativi a un flusso di movimento assoluto intrinseco allo spazio-tempo, allora non sarà così tanto assurdo aspettarsi che due identiche soluzioni idroalcoliche di una qualche sostanza chimica, non siano più identiche dal punto di vista materiale-energetico se una è sottoposta a centinaia di succussioni.
Infatti, tenuto conto che secondo la legge di Einstein la materia viaggiando alla velocità della luce nel vuoto diverrebbe essa stessa energia elettromagnetica; tenuto conto che tale velocità della luce non nel vuoto ma nella soluzione è inferiore; tenuto conto di quale velocità relativa possano raggiungere le particelle ultrastrutturali del soluto attraverso il solvente durante la succussione, allora è pur presumibile che ad un qualsivoglia livello spazio-temporale di quella soluzione il movimento impresso con la succussione de-strutturi e ri-strutturi le forme materia-energia.
E se ogni forma porta in sé, come indica pure l’etimologia stessa, una “in”formazione specifica, vorrà pur dire che le due soluzioni avranno effetti diversi sugli “ambienti” con cui verranno a contatto e tenteranno di riequilibrarsi. Tutto questo non è “presumibile e da dimostrare”. Purtroppo, tutto questo è stato prima dimostrato ed è poi divenuto presumibile. Dimostrato da Hahnemann in poi, presumibile da Einstein in poi.






   4. Conclusioni


Nuove sintesi e la Medicina Integrata.





Parlando di malattia e organismo sano nel capitolo 3.1, avevamo concluso che la terapia omeopatica si propone di “guidare l’invecchiamento” secondo l’equilibrio naturale, nel senso che, se ben usata, fa sì che gli squilibri naturali non prendano la strada di squilibri innaturali, sfociando negli eccessi. Abbiamo detto che da questa affermazione in poi il problema è enorme, perchè si entra nel campo di definizioni relative, in quanto sono relative le considerazioni sull’ “eccesso”. Tale accezione solleva molte difficoltà concettuali, perché entrano in ballo parole come “male”, “dolore”, “bene”, “salute”. Ed è proprio il diverso peso in senso etico rispetto a quello naturale che questi concetti assumono nella vita umana, il motivo di tanta difficoltà nella loro argomentazione.
Tentiamo tuttavia solamente di inserire questi termini in posizioni coerenti al quadro di leggi naturali, biologiche ed omeopatiche, fin qui analizzate.

La prima enorme conseguenza delle nostre riflessioni in questo capitolo cade sul significato della genetica, e in particolare della malattia genetica. Nel paragrafo 3.2 ho azzardato una affermazione provocatoria: nel metabolismo vi è l’origine di ogni malattia. In realtà è un’asserzione banale, perché se il metabolismo è il processo biologico di conversione fisica dell’energia in materia e viceversa, allora è ovvio che ogni malattia sia espressione di un suo inceppamento. Tutto si complica poiché il metabolismo biologico in natura non è a se stante, ma inserito in un metabolismo non biologico (conversione energia-materia) come abbiamo precedentemente descritto, dove la materia e l’energia fluttuanti sono oggettivamente le stesse. E inoltre tutto si complica perchè, come visto parlando di dosi tossiche, gli inceppamenti hanno livelli di “criticità” (fisiologica-patologica) per l’esistenza di uno o più ambienti. Anche qui la discussione sarebbe ampia e multidisciplinare. Soffermiamoci allora sul DNA.

Oggi ogni caratteristica fenotipica è fatta risalire al DNA, persino se “si vota a destra o sinistra”: il settimanale britannico 'New Scientist' ha dedicato un'ampia inchiesta su tale questione oggetto di studio da parte di scienziati di mezzo mondo, studi che sembrano propendere sempre più per la teoria 'genetica' dell'ideologia: “essere di destra o di sinistra non dipenderebbe dalla nostra volontà o dall'educazione ricevuta ma dal corredo genetico di ogni individuo. Progressisti o conservatori si nasce, quindi, e non si diventa” [30].
Si è partiti con il colore degli occhi e la statura, si è passati per l’obesità, e si arrivati a dire che è genetica pure l’ideologia.
Alla luce di ciò, come sarà riscritta dalla scienza la legge scolastica: fenotipo=genotipo+ambiente?

Da quanto abbiamo esaminato, ci sta bene che tutto sia ricondotto alla genetica (è inevitabile che ciò stia accadendo), purché il passo successivo sia ricordarsi che il genotipo è, e non può essere altro, l’ambiente stesso. Per il vero, l’immagine di un ambiente, secondo leggi naturali.
Banale infatti è osservare che occhi e pelle chiari o scuri sono naturalmente d’elite in specifici ambienti e non altri. Banale è osservare che dove vi è cibo in abbondanza vi è statura alta e sovrappeso e non il contrario (*). Perché avere un’ideologia di eccessivo spreco o di ossessivo risparmio non è questione di “destra o sinistra” ma probabilmente di disposizione di risorse in un territorio proporzionata a chi ci deve vivere.
In realtà, se i geni sono tanto importante, è perché detengono una funzione sostanziale: la memoria dell’informazione. Il DNA, abbiamo visto, non ha alcuna attività in sé, se non essere fedele depositario di informazioni necessarie per la vita dei veri attori cellulari. L’informazione è il fondamento di tutto il flusso energetico materiale in natura. Perciò l’azione del DNA è fondamentale, anche se più che fisica è metafisica. Un po’ come il linguaggio umano.
Un libro come un’intera biblioteca sono indispensabili per l’evoluzione di chi scrive e legge. Ma non saranno mai il libro o le librerie ad evolvere in sé, se non tramite e per chi li scrive e chi li legge.

Secondo un recente filone delle medicine “alternative” alquanto delicato e discutibile per tante vicissitudini storiche e sociali (la Nuova medicina germanica**), ogni malattia origina da uno shock che coinvolge uno dei livelli psiche-cervello-organo. Questi tre livelli comunicano tra loro per reagire allo shock [25]. La malattia è anzi essa stessa, con i suoi sintomi, già atto di guarigione [25]. Tra i punti di vista della Nuova medicina, due sono sicuramente fondamentali per la medicina moderna: il superamento dell’accezione giudaico-cristiana di “bene-male” riversata in “malattia-salute”; il dolore inteso come una strategia che la natura ha messo a punto per costringere a riposo l’animale, e riparare il danno provocato dal trauma. Dolore che va monitorato ma “rispettato” [25]. Si può ben intuire quali porte spalanchino dal punto di vista etico simili accezioni. Ci sono interpretazioni biologiche della malattia di estremo interesse in questa dottrina. Altri invece sicuramente fin troppo stravaganti e degni di attente critiche. Ma se, come è da sempre risaputo, dopo Immanuel Kant non è più possibile fare filosofia senza Immanuel Kant, mi verrebbe da concludere a riguardo che dopo Hamer non è più possibile fare scientificamente medicina senza Hamer.

Alla luce di quanto trattato, ogni malattia (compresa quella mentale) è un trauma che coinvolge il DNA. Un trauma che squilibra spazi e tempi. Un trauma che fa fuoriuscire un equilibrio dai margini di normalità cui è sensibile la coscienza di quel livello di equilibrio. Inevitabilmente coinvolge il DNA, perché lì deve essere scritta la memoria di quel trauma ambientale, lì va depositata o modificata l’informazione per l’evoluzione di un equilibrio tra ambienti.
Dopotutto l’intero processo infiammatorio verso virus e batteri, scevri da ruoli “buoni contro cattivi”, è mirato proprio a processarne gli acidi nucleici (RNA o DNA). È ben risaputo ormai che il DNA o RNA dei microrganismi talvolta si integra in porzioni tal quali nel DNA della cellula eucariote ospite. Forse questo processo è continuo e subdolo durante l’esistenza, e diventa “stato influenzale”, malattia, quando appunto si oltrepassano gli spazi e i tempi della normale, equilibrata, individuale interazione tra ospite-parassita.
Si sa che nella pratica clinica gli anti-infiammatori sono usati in modo sommario. Ma dobbiamo essere coscienti che usarli sommariamente significa scardinare una grossa percentuale dei processi di guarigione messi a punto in milioni di anni dall’equilibrio delle parti interessate. E alterare la guarigione è essa stessa malattia. Questo è uno degli “eccessi” non naturali a cui siamo propensi, e questo è l’eccesso per eccellenza, come abbiamo visto, contro cui si scagliava Hahnemman in tutta la sua dottrina e in tutta la sua pratica.
Si sa allo stesso modo che il senso comune attribuisce alla parola “infiammazione” i connotati patogenetici riferibili invece alla parola “infezione”. È nostra responsabilità risolvere questa commistione concettuale di infiammazione e infezione tramite l’altra parola simile qui molto usata: la corretta cioè informazione.
Oggetto di osservazione per tutto ciò che è stato concettualmente qui elaborato, è stata l’unità dei fenomeni naturali, biologici e non. Possiamo sinteticamente concludere ora che tale unità è l’informazione stessa, che sempre in modo unitario prende forma come materia e agisce come energia. Ebbene in campo medico ufficiale, la Psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI) [7] è quella disciplina che ha come oggetto di studio la comunicazione tra sistemi di organi. Constatare che l’informazione tra sistema emotivo, nervoso, endocrino e immunologico viaggia in modo bidirezionale sotto varie forme nel corpo umano, è stato l’evento rivoluzionario alla fine del secolo scorso che portò alla definizione di PNEI, e in seguito di Medicina integrata.

La Medicina Integrata è un orizzonte terapeutico nato negli anni 90 che prevede una scientifica integrazione delle discipline terapeutiche convenzionali e non convenzionali. Perché ciò sia scientifico appunto, essa prende come modello teorico lo studio della PNEI. In questo modo, tali discipline gradualmente potranno liberarsi delle infondatezze che le hanno pregiudicate storicamente. Chiarendone con metodo oggettivo l’efficacia e perseguendone un aumento di efficienza, esse potranno guadagnare credibilità.
Per quanto riguarda l’Omeopatia, secondo Francesco Bottaccioli, fondatore e presidente della prima società italiana di Psico-neuro-endocrino-immunologia [7], essa ha credenziali che potranno essere accolte scientificamente solo a costo di «ripensare il proprio rapporto con la scienza e le proprie fonti teoriche». Mentre le basse diluizioni trovano ragione di efficacia alla luce degli effetti “paradosso” ormai ben noti in farmacologia, per cui talvolta una sostanza ha effetti opposti a dosi diverse, rimane infatti «lo scoglio di una plausibile spiegazione di come possono funzionare le alte diluizioni, quelle cioè che oltrepassano il numero di Avogadro» [7].
Queste critiche mosse dalla Medicina Integrata sono giustificate a mio avviso per la difficoltà a cogliere la differenza sostanziale tra alte “diluizioni” e alte “potenze”. Difficoltà che rimarrà finchè non sarà indagato quantisticamente il processo di succussione, e non tanto per la possibilità di una “memoria” del solvente, ma per le interazioni tra soluto e solvente.
Un’altra critica riguarda la non curanza di Hahnemmann su “come” la forza vitale possa reagire alla malattia. Non curanza che sta stretta alla Medicina Integrata: «non credo sia accettabile, per scienziati e medici del terzo millennio avere questo programma scientifico» afferma Botaccioli [7]. Tuttavia, sempre secondo lo stesso Botaccioli, «è confermato da prove di efficacia […] che determinate pratiche omeopatiche abbiano capacità di influenzare il network della PNEI». Perciò l’Omeopatia non dovrebbe permettersi di perdere questa sfida agli occhi del futuro della medicina moderna.
Ancora con le parole di Bottaccioli: «Il fisico, l’immunologo, il neurobiologo, lo psichiatra, l’endocrinologo, l’internista: sono le figure chiave della rivoluzione in corso nelle scienza biomediche. […] Per proseguire la ricerca, bisogna sviluppare una grande disposizione al lavoro interdisciplinare».
Con questo spirito, l’obiettivo di questa tesi medica era partire da premesse fisiche e biologiche per stimolare nuove interpretazioni di un fenomeno affascinante ed ostico, come quello alla base della terapia omeopatica. Alla base, vi è un flusso di materia ed energia che si esplica nel metabolismo, le cui leggi sono in minima parte comprensibili al metodo cartesiano, ma ancora tutte da scoprire alla luce di metodiche quantistiche.

A tal riguardo, concludo citando un articolo comparso sul portale scientifico dell’Ansa.
Roma, 29-09-2007, Con i fotoni la matematica diventa un opinione. «Due più due fa quattro e quattro meno due fa due? Non sempre. Il detto che la matematica non è un'opinione non vale nella meccanica quantistica, quando si aggiungono e sottraggono fotoni. Le leggi delle microscopiche particelle di luce sono state verificate per la prima volta grazie e giudicate alquante bizzarre da un gruppo di ricercatori dell'Istituto nazionale di ottica applicata (Inoa) del Cnr di Firenze, del Laboratorio europeo di spettroscopia non lineare (Lens), del Dipartimento di Fisica dell'Università di Firenze e della Queen's University di Belfast. Lo studio è stato pubblicato nell'ultimo numero della rivista 'Science' […]. "Abbiamo dimostrato per la prima volta spiega Marco Bellini dell'Inoa-Cnr - come aggiungere e sottrarre in modo assolutamente controllato singole particelle di luce, i fotoni, da un campo luminoso simile a quello emesso dal sole o da una comune lampadina". I fotoni obbediscono alle regole della meccanica quantistica, seguendo comportamenti apparentemente bizzarri e illogici. "Abbiamo visto - continua - come, se si aggiunge un fotone e subito dopo se ne estrae un altro il numero finale di fotoni può diventare completamente diverso da quello iniziale. Anche la semplice sottrazione di un fotone ha come risultato un aumento" […]. Da questi risultati gli scienziati sperano di poter trarre importanti applicazioni» [31].


* In alcune popolazioni africane si rinviene un fisico statuario laddove il nutrimento, pur attuato con pratiche primitive, è di qualità eccelsa. È risaputo che i Masai si nutrivano prima della loro civilizzazione con latte di ruminanti mescolato al sangue spillato da una vena giugulare degli stessi. Integravano così di ferro il latte, alimento che insieme all’uovo è il più completo in natura per la nutrizione umana, carente appunto solo di ferro.

** L’attributo germanica è in riferimento ai popoli nordici primitivi. Ideologicamente concepivano malattia e salute come due fasi in continuità di un unico processo evolutivo, e non come due entità contrapposte alla stregua di bene e male, tipico della medicina occidentale moderna e di derivazione giudaico-cristiana [25].






GLOSSARIO





Analogia

In Biologia, relazione esistente tra organi di due categorie sistematiche diverse i quali svolgono la stessa funzione ma differiscono per il fondamentale piano organizzativo e le modalità di sviluppo, pur potendo somigliare per aspetto esteriore. Vi è analogia ad esempio tra ali di Insetti e di Uccelli, tra la pinna dorsale dei Pesci e dei Cetacei [8].

Allopatia
Terapia che si propone di curare il sintomo con un medicinale che ne contrasta il meccanismo di insorgenza.

Adroni

Particelle soggette a forze di interazione forti. Comprendono i barioni (neutroni e protoni), soggetti al principio di esclusione del Pauli, e i mesoni (pioni, kaoni e altri con numero barionico zero), non soggetti a tale principio. Il principio di esclusione del Pauli afferma che due particelle dello stesso tipo non possono occupare esattamente lo stesso stato quantico [1].

Antiparticella
Particella con pari massa e spin rispetto a una particella ma carica elettrica e numero barionico o leptonico uguali e opposti. Ad ogni particella corrisponde un’antiparticella, fatta eccezione per quelle neutre come il fotone o il pione, che sono al tempo stesso particella e antiparticella. L’antimateria consta di antiprotoni, antineutroni e antielettroni (o positoni) [1].

Curva gaussiana
(o curva normale)
Curva teorica con una caratteristica forma a campana, completamente definita da due parametri: media aritmetica (ascissa della frequenza media) e deviazione standard (ascisse simmetriche dei due punti di flesso). Numerose variabili biologiche si distribuiscono in modo approssimativamente gaussiano [8].

Dinamizzazione
In Omeopatia, atto di energico scuotimento con contraccolpo eseguito cento volte ad ogni diluizione durante la preparazione del rimedio.

Forza (o energia) vitale
In Omeopatia, ciò che distingue l’essere animato dall’essere inanimato. Energia sprigionata da un metabolismo attivo.

Fotofosforilazione ciclica
Formazione fotosintetica di ATP non accompagnata dalla sintesi di equivalenti riducenti [8].
Fotofosforilazione non ciclica
Formazione fotositnetica di ATP accompagnata dalla produzione di un equivalente riducente, il NADPH, utilizzato nella riduzione dell’anidride carbonica atmosferica nel ciclo di Calvin [8] (formazione di carbonio organico da anidride carbonica).

Interazioni deboli
Una delle quattro classi generali di interazioni fra le particelle elementari. A pari energia, sono molto più deboli delle forze elettromagnetiche o delle interazioni forti, ma molto più forti della forza gravitazionale. Sono responsabili dei decadimenti lenti di particelle quali il neutrone e il muone [1].

Interazioni forti
Sono le più forti tra le quattro classi generali di interazione fra particelle elementari. Sono responsabili della coesione fra protoni e neutroni nel nucleo atomico. Ad essa sono soggetti gli adroni, ma non i leptoni e i fotoni [1]

Leptoni
Particelle che non partecipano alle interazioni forti. Comprendono elettroni, muoni e neutrini [1].

Miasma cronico
In Omeopatia, malattia cronica cui è soggetto un individuo durante l’esacerbazione della psora primaria. Può manifestarsi dal punto di vista organico con neoproduzione tessutale (Sicosi) o perdita tessutale (Sifiide). Anche la Psora primaria è un miasma che può divenire da latente a patologicamente manifesta, mostrando spinta degenerazione funzionale od organica, senza direzione sicotica o sifilitica.

Omeopatia
Terapia che si propone di curare un quadro sintomatologico con preparazioni medicinali diluite e dinamizzate (rimedi omeopatici) il cui effetto, a dosi ponderali, è un quadro di sintomi simili a quello da curare.

Omologia
In Biologia, somiglianza strutturale tra due elementi anatomici basata sulla comune derivazione ontogenetica. Tali strutture possono essere difformi e svolgere funzioni diverse [8].

Onde gravitazionali
Onde nel campo gravitazionale analoghe alle onde luminose nel campo elettromagnetico. Viaggiano alla stessa velocità di quelle luminose (292.792 km/s). Il quanto della radiazione gravitazionale è chiamato gravitone [1].



Particelle fondamentali [10]

Secondo quanto oggi è comunemente accettato (modello standard) le particelle fondamentali (indivisibili e puntiformi) che compongono tutta la materia esistente in natura sono: 6 tipi (sapori) di leptoni, 6 tipi (sapori) di quark, e le loro rispettive antiparticelle, ovvero 6 antileptoni e 6 antiquark. Queste due categorie hanno caratteristiche molto diverse tra loro; in questa sommaria classificazione ci limitiamo a dire che, al contrario dei leptoni, i quark non esistono allo stato libero, ma si osservano sempre e solo legati in adroni (vedi classificazione precedente). Sia i leptoni che i quark, che sono tutti dei fermioni (spin semi-intero) con spin=1/2, si suddividono in 3 generazioni (o famiglie) ciascuna composta di due particelle con alcune caratteristiche comuni dal punto di vista delle interazioni fondamentali e dei numeri quantici.

Leptoni

Leptoni carichi (Q=-1)
Neutrini (Q=0)
Prima generazione

elettrone: e
neutrino dell'elettrone: νe
Seconda generazione
muone: μ
neutrino del muone: νμ
Terza generazione
tauone: τ
neutrino del tau: ντ

Quark

Quark di tipo up (Q=+2/3)
Quark di tipo down (Q=-1/3)
Prima generazione
up: u
down: d
Seconda generazione
charm: c
strange: s
Terza generazione
top: t
bottom: b
Tutti i nomi delle antiparticelle si ottengono aggiungendo il prefisso "anti" davanti al nome della rispettiva particella, fa eccezione l'elettrone la cui corrispondente antiparticella si chiama positrone ed è la prima antiparticella ad essere stata scoperta (Carl Anderson, 1932); un'antiparticella ha la stessa massa della particella corrispondente ma tutti i numeri quantici opposti.
Mediatori delle quattro forze fondamentali, appartengono alla categoria dei bosoni (spin intero) vettori (spin=1)
Fotone, mediatori della forza elettromagnetica
Bosoni W e Z, di cui due carichi (W+ e W-) e uno neutro(Z0) mediatori della forza nucleare debole
Gluoni, in numero di 8, sono i mediatori della forza nucleare forte
Gravitone, mediatori della forza gravitazionale (per ora solo ipotizzati)
Bosone di Higgs, previsto dal modello standard per "dare" massa ai leptoni, ai quark e ai mediatori, non è ancora stato osservato.
Particelle indivisibili e puntiformi secondo il modello standard. Sono sei tipi (sapori) di leptoni e i rispettivi anti-leptoni, e sei tipi (sapori) di quark e i relativi anti-quark.

Particelle non elementari [10]
Molecole, composte da atomi
Atomi, composti da un nucleo di protoni e neutroni, con elettroni che sono vincolati ad esso
Adroni, composti di quark, antiquark e gluoni, ne esistono di due tipi[1]:
Barioni, fermioni (spin semi-intero) con numero quantico barionico ±1
Nucleoni, barioni costituenti della materia ordinaria, composti da 3 quark appartenenti alla prima generazione
Protone, composto da due quark up e un quark down
Neutrone, composto da due quark down e un quark up
Iperoni, tutte le altre combinazioni di 3 quark o 3 antiquark
Barioni esotici, numero quantico barionico ±1 ma composti da più di 3 quark/antiquark
Pentaquark, composti da cinque quark
Mesoni, bosoni (spin intero) con numero quantico barionico 0,
Mesoni q-antiq, composti da un quark e un antiquark
Mesoni non q-antiq o esotici
Tetraquark, composti da due quark e due antiquark

Potenza omeopatica
Indica il grado di diluizione e dinamizzazione di un preparato omeopatico. Le diluizioni possono essere fatte in varie scale (decimali, centesimali, korsakoviane, cinquantamillesimali) mentre le dinamizzazioni sono solitamente cento ad ogni passaggio di diluizione.

Psora primaria
In Omeopatia, stato patologico di base e latente cui è soggetta l’intera esistenza di un individuo.

Rimedio
In Omeopatia si definisce rimedio una sostanza farmacologicamente attiva che è sottoposta a diluizioni e dinamizzazioni in progressione (cioè a una preparazione omeopatica).




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