17 ottobre 2026
Quanto mancherà perché la società civile si renda conto che l'uso sensato dei social dovrebbe essere a scopo di esercizio politico sul proprio territorio?
Molta popolazione che era scettica e denigrava i social quando sono comparsi vent'anni fa, oggi ha un profilo e pubblica o condivide I contenuti che gli interessano, prevalentemente a scopo pubblicitario per le proprie attività.
Ma quanto può reggere questo criterio che offre contenuti da usufruire in modo bulimico?
Vale la pena impegnare limitati tempi ed energie a visionare illimitati contenuti che rispondono a nostre arbitrarie profilazioni da parte di algoritmi commerciali, oppure varrebbe la pena impegnare il limite di tempo ed energie per confrontarsi su limitate problematiche da risolvere sul territorio, a tutti i livelli, da un quartiere a un comune, a una regione, a una nazione, a un continente?
Certo occorrerebbe una struttura istituzionale che accolga procedure di democrazia diretta, che oggi ancora non c'è.
Ma oggi c'è il passo prima, che prima non c'era: la voglia e il bisogno di esporsi, proporsi, di fare gruppo, di confrontarsi (motivo per cui piattaforme come Airesis e Rousseau hanno fallito).
Oggi c'è un atteggiamento, una mentalità che prima non c'era. Oggi ci sarebbe solo bisogno di razionalizzare i contenuti con tempi ed energie a portata di problemi della società civile. Non a portata di indotti, bilanci e monetizzazioni.
Vent'anni fa era utopico quello che sta accadendo oggi: moltitudini di persone che fanno rete con contenuti per comodità a caso (si fa per dire). Riusciremo tra vent'anni a fare rete con contenuti per utilità mirate?
Chi vivrà vedrà (auguri umanità).


